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Libia. Sulle tracce del sanguinario Gheddafi

ROMA – Ora sulle tracce del sanguinario Colonnello Gheddafi c’è l’Interpol che ha allertato tutte le sue  sedi sparse nel globo.

E nella lista nera ci sono anche 15 dei suoi fedelissimi. Per ora sul rais non pende nessun mandato di cattura,  anche se la procedura – come ha precisato lo stesso Interpol – “intende  mettere in guardia gli stati membri sul pericolo posto dagli spostamenti di questi individui e dei loro beni, assisterli nei loro sforzi di applicare  le sanzioni delle Nazioni unite e sostenere l’inchiesta aperta dal procuratore del Corte penale internazionale  per crimini contro l’umanità nei confronti del capo di stato libico.” Insomma c’è il serio pericolo che il rais tenti una fuga disperata per scampare alla Corte internazionale, alla quale dovrà rispondere dei suoi crimini. Crimini che continuano da parte delle sue milizie di mercenari. Poche ore fa le brigate di Gheddafi hanno aperto il fuoco sulla folla di manifestanti provocando l’ennesima carneficina per riprendere  il controllo della città di  al-Zawiyah, in Tripolitania. Un’azione  che – secondo quanto diffuso dalla tivù di stato libica – avrebbe  fatto molti prigionieri tra le fila dell’opposizione ai quali sono stati sequestrati  armi e mezzi. Nell’operazione militare è rimasto ucciso durante un combattimento anche il comandante degli insorti.  I mercenari continuano a bersagliare anche la città di Brega, postazione strategica per l’approvvigionamento del petrolio, dove tuttora sono in corso scontri.
Ma violenti combattimenti si sono registrati anche nel centro della capitale a Piazza Algeri, proprio nella moschea dov’era in corso in  venerdì di preghiera. I testimoni dicono di aver udito spari e un denso fumo levarsi la cielo. Spari anche  nel quartiere di Tajura, nella parte orientale di Tripoli, dove centinaia di manifestanti contro il regime sono stati dispersi dagli agenti dei corpi speciali con i gas lacrimogeni.

Gheddafi sta tentando anche le strategie mediatiche per diffondere il panico. La tivù libica continua la propaganda del rais, parla di una quasi vittoria da parte dell’esercito del rais, mentre la compagnia telefonica statale  sta inviando ai suoi utenti un messaggio per istigarli contro gli stranieri presenti in Libia. Così recita il testo del messaggio: “Gli stranieri infiltrati, tunisini, egiziani, sudanesi, coloro con passaporto di paesi del Golfo, hanno valuta straniera e possiedono apparecchiatura per la comunicazione molto sofisticata. Ciò mostra chiaramente l’entità del complotto che preparano contro di noi libici. Questi nemici vogliono seminare problemi e distruggere il nostro Paese, la Libia, e bloccare il nostro processo di riforme e di sviluppo.”

Insomma sulla Libia è calato il terrore. Non solo i violenti scontri, i morti e i feriti, la paura dei mercenari e dei raid aerei, ma anche il dramma dei rifugiati, di coloro che tentano una via di fuga verso la vicina Tunisia per scampare alla repressione del dittatore. Un esodo che sta preoccupando sempre più la comunità internazionale, la quale sta cercando di far fronte a questa emergenza fuori controllo. La Commissione Ue, infatti, ha lanciato un ponte areo e navale per cercare di evacuare i cittadini di paesi terzi, in particolare gli egiziani, che vogliono lasciare la Libia e rientrare nel proprio paese. Ma ci sono anche molti asiatici che vogliono tornare a casa, in particolare in Bangladesh, Vietnam e Sri Lanka. In totale sono circa 180mila le persone in uscita dalla Libia passate attraverso i confini con Tunisia, Egitto, Algeria e Nigeria, ma la  stragrande maggioranza è gente che ha intenzione di fare ritorno nella propria terra d’origine.
Nel frattempo Obama Barack ha assicurato che non userà la forza, a meno che non ci sia il consenso internazionale in sede di consiglio di sicurezza dell’Onu.
Tuttavia è indubbio che uscire da questa situazione stagnate senza un intervento militare sarà difficile.

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