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In difesa di Giuseppe Cascini (Anm). I gerarchi berlusconiani lo vogliono crocifisso

ROMA – I campioni del “garantismo”, quelli che sono contro il “puritanesimo moralista” della sinistra, vogliono Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione nazionale magistrati, sulla croce. Dopo le dichiarazioni rese ieri da questo magistrato (“Questo governo non è legittimato a fare una riforma della giustizia”), si è scatenata la canea berlusconiana per silenziare una volta per tutte la libera voce del segretario dell’Anm.

Naturalmente, la violenza verbale dei gerarchi berlusconiani è sorda e inane di fronte a qualsiasi ragionamento, di fronte a qualsiasi comparazione delle idee. Oggi il ministro della giustizia Angelino Alfano ha dichiarato: “Vorrei che il dottor Cascini ripetesse pubblicamente le sue dichiarazioni perché da esse il popolo italiano capirebbe immediatamente l’assoluta necessità di fare la riforma proposta dal nostro governo, e cioè separare i giudici dalle loro idee politiche”.

Già, chissà allora di quale riforma avrebbe bisogno la classe politica della destra, visto quanto il suo leader ha detto dei giudici nel tempo. Fra le tante sue affermazioni, scegliamo quella di fronte alla quale le osservazioni di Cascini, peraltro del tutto condivisibili per le ragioni che esporremo fra poco, sembrano quelle di un’educanda di collegio. “Bisogna fare esami periodici che attestino la sanità mentale dei pubblici ministeri” dichiarò Silvio Berlusconi nel 2008, accusando ovviamente i magistrati requirenti di essere di sinistra e così continuando: “Sono arrivato alla conclusione che quelli della sinistra sono antropologicamente diversi da noi. Dicono che faccio troppe battute, ma il fatto è che io non sono come quelli della sinistra che si incazzano sempre. E ho capito perché sono sempre così incacchiati, si alzano al mattino, si vedono allo specchio e si sono già rovinati la giornata: sono arrivato alla conclusione che sono antropologicamente diversi da noi”. Davvero belle parole per un Capo di governo!

Ora, Cascini si è limitato a formulare un’osservazione che sarebbe ovvia in qualsiasi Paese civile. Può un personaggio plurinquisito come Silvio Berlusconi predisporre una “riforma” della giustizia, che poi è una “riforma” della funzione svolta dal pubblico ministero? Può una persona come il premier predisporre una “riforma” dei pubblici ministeri asserendo, durante la conferenza stampa di presentazione, che, con essa, “il pubblico ministero dovrà recarsi dal giudice con il cappello in mano?”. Ed ancora: può la medesima persona, autore di una decina di leggi espressamente votate dal Parlamento per farlo assolvere in svariati procedimenti penali a suo carico, mostrare quella necessaria imparzialità richiesta al legislatore, o perlomeno a chi è investito del potere di iniziativa legislativa?

Si tratta di domande retoriche, ovviamente, perché la risposta dovrebbe essere scontata. La coincidenza fra l’inchiesta milanese sul giro di prostituzione a casa Arcore e la presentazione del progetto di “riforma” dovrebbe convincere qualsiasi stolto elettore della destra a collegare la causa al suo effetto specifico.

Più o meno lo stesso desiderio di crocifissione nella destra si è avuto dopo l’intervento di Antonio Ingroia sul palco romano della manifestazione a favore della Costituzione. Dalle dichiarazioni di Ingroia – un magistrato, non bisogna dimenticarlo, che rischia la pelle ogni giorno da circa venti anni – i gerarchi berlusconiani hanno tratto e rilanciato la falsa convinzione che si tratti di uno dei tanti magistrati “politicizzati” perché inquisisce anche i potenti, cioè la “zona grigia” del potere mafioso, composta da politici, da professionisti, da affaristi, insomma dal volto apparentemente per bene della società.

Per questi motivi, noi ci sentiamo di esprimere tutta la nostra solidarietà a Giuseppe Cascini e ad Antonio Ingroia, persone che, nel quotidiano svolgimento del loro dovere, difendono le nostre libertà civili e il nostro desiderio di vedere in galera i mafiosi, i piduisti di ogni sorta e tutti gli esponenti del malaffare.

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