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Attacco alla Libia. Berlusconi dai mille colori ora bombarda Tripoli

Mentre gli aerei partono da basi italiane torna alla mente il baciamano di Berlusconi al raìs di un anno fa. Un governo senza alcuna autorevolezza, in balia di poche idee ma confuse

ROMA – Il berlusconismo, in men che non si dica, ha rifatto la facciata del proprio edificio. Il verde gheddafiano e bossiano non gli si addiceva ed ha cambiato colore. Soltanto un anno fa, il Cavaliere si prostrava di fronte al raìs, in visita a Roma per spillare cinque miliardi di euro, fornendogli una pattuglia di “letterine” assunte per l’occasione con il compito di assistere e far finta di sentire le “lezioni mussulmane” del dittatore libico appena sceso dalla tenda piazzata a villa Borghese. Il più “grande statista del mondo” non ne azzecca mai una e con il suo ex sodàle d’oltre Mediterraneo non si è smentito. Invece di mantenere una certa equidistanza, aveva scommesso tutto sulla capacità di un dittatore anziano da 41 anni al potere, retto con criminale brutalità, prospettando al Paese un futuro di grandi opportunità affaristiche. Il tutto costicchiava, in effetti, e tramutava l’Italia (che comunque era colpevole dello spregevole regime coloniale edificato dai progenitori politici di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri) non tanto in un super-partner economico quanto in una semplice sponda geografica per i voleri di Muhammar.

Naturalmente i gerarchi berlusconiani si erano spellati le mani dagli applausi, disegnando un Berlusconi grande artefice di un Trattato di amicizia (ratificato dal Parlamento con il voto anche della maggior parte del Pd). Ora, a sentire il ministro degli esteri Frattini di un anno dopo, il primo moto che sorge spontaneo è l’ilarità: “La nostra scelta è irreversibile, assolutamente irreversibile. Andremo avanti fino a quando il regime non verrà rovesciato”. Perché, aggiunge il facondo ministro, “confermare l’impegno italiano è stata la scelta giusta in quanto era in gioco il prestigio internazionale e non potevamo certo correre il rischio di essere marginalizzati”. Viene in mente il baciamano berlusconiano, le grida di gioia frattinesche, le iperboli larussiane, le poesie bondiane, le perorazioni romanesche cicchittiane. Tutto cancellato, nel momento in cui francesi, inglesi e americani è come se avessero detto al magnate di Arcore: “Scansatevi e non continuate a giocare, per favore. Che adesso interveniamo noi e facciamo sul serio”.

Contraddizioni su contraddizioni, che sono normali in una maggioranza di inetti e di doppiopesisti. Quando si trattava di Rifondazione comunista, tendenzialmente ostile con il governo dell’Ulivo a qualsiasi partecipazione militare all’estero, Berlusconi e i suoi gerarchi strepitavano volendo mostrare la mancata compattezza strategica della maggioranza di centro-sinistra. Ora che la Lega assume le stesse posizioni, ovviamente è il silenzio, ovviamente “la Lega è un alleato fedele e tutto rientra nella normale dialettica di una coalizione di forze politiche”. Buffonismo elevato a dottrina, per quanto modesta.

Ma proprio la guerra in Libia potrebbe diventare la cartina di tornasole per convincere anche gli elettori di questa destra da opera buffa e financo la Chiesa della totale incapacità dei governi Berlusconi di gestire una qualsiasi realtà complessa. Una maggioranza che, tutt’al più, riesce a manipolare le leggi e la Costituzione – sfruttando la tipica cultura avvocatesca di fine Ottocento che la anima – ma di fronte alle grandi sfide internazionali, di natura economica e militare, si dimostra totalmente incapace, salvo le ridicole comparsate del suo leader e gli anatemi filosofici del suo ministro tributarista. Di fronte al decisionismo di Sarkozy, alla razionalità ordinatrice di Angela Merkel e all’utopismo escatologico di Obama, la destra italiana può contrapporre soltanto un adeguato e consapevole “Ubbidisco!”.

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