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Scoppia il “caso La Russa”. Il Pdl scosso dalla notte dei lunghi coltelli

ROMA – “Mi auguro che sia sempre più mite come è bella la giornata di oggi” ha detto oggi sorridendo il ministro della difesa Ignazio La Russa rispondendo ad una domanda dei giornalisti al margine della cerimonia per l’88mo anniversario della costituzione dell’Aeronautica militare, alla quale era presente anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Come sempre gli accade, il giorno dopo una qualche sua intemperanza – che si stanno facendo sempre più frequenti – l’ex gerarca di An smussa i toni, cercando di recuperare il terreno perduto sul campo del “bon ton”.

SCAJOLA SUL PIEDE DI GUERRA. Ma le cose sono un po’ più complicate sul piano politico. La bagarre scatenata ieri da La Russa è stata condannata da tutto il Pdl, oltre che dalle opposizioni. Il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto lo ha ribadito anche oggi: “Ci sono stati degli errori da parte nostra ma ora ci sono le condizioni per portare a termine la legislatura”. Parole che vorrebbero, come sempre accade con la destra, nascondere la realtà. La maggioranza non è tale alla Camera, dove ha bisogno della presenza dei ministri per raggiungere il quorum. Ed è proprio questo, come ha ribadito ieri sera Antonio Di Pietro ad “Annozero”, che le fa saltare i nervi.

Nelle intersezioni delle correnti della destra, però, si è oramai insinuato il virus della lotta intestina. Claudio Scajola ha subito approfittato degli incidenti per scatenare a sua volta una bagarre interna, fermando solo all’ultimo minuto una raccolta di firme di numerosi deputati berlusconiani (supportate, pare, dallo stesso Tremonti) a favore delle dimissioni del responsabile della Difesa. Come dire: “se volevo, la mandavo avanti. Ma, per ora, non ho voluto”. Scajola e il suo gruppo rischiano di diventare, dopo i “Responsabili”, l’altra spina nel fianco del premier.

 

I MALUMORI DEL PDL. Ora come ora, appare chiaro che gli ex aennini, dei quali La Russa è la guida, sono sotto attacco degli scajolani. Questi ultimi vorrebbero limare il potere che il ministro della difesa ha conquistato con la sua azione all’interno del Pdl, sfruttandone le debolezze caratteriali per rilanciare il loro leader. E non sono i soli, perché oramai le correnti sono una realtà acclarata dentro il partito berlusconiano, con numerosi deputati che guardano ad una futura leadership di Giulio Tremonti e la componente ex democristiana che spinge avanti il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi. Ciliegina sulla torta, le dimissioni di ieri di Alfredo Mantovano, rappresentazione plastica della contrapposizione fra gli esponenti meridionali della destra con la Lega sulla questione degli immigrati.

 

LA QUESTIONE LEGHISTA. Proprio la vicenda di Lampedusa ha mostrato chiaramente gli enormi limiti dell’attuale Governo, stretto fra i “diktat” di Bossi e Maroni e gli interessi territoriali della componente “sudista”, conflitto all’interno del quale sono scaturite le dimissioni di Mantovano. Berlusconi appare sempre più stritolato da queste forze contrapposte, con la sua leadership oramai scolorita e affranta dai problemi giudiziari. Non è un caso che Berlusconi stesso abbia deciso di presentarsi come capolista alle amministrative di Milano, reiterando il solito giochetto per raccattare voti che evidentemente vede in pericolo. Proprio lui, che, fra le tante balle, ha anche strepitato contro il “teatrino della politica”.

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