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Sidney Lumet. E’ morto il regista di “Quel pomeriggio di un giorno da cani”

NEW YORK – New York.  Vi sono personaggi che rimangono impressi come vecchi amori: accade spesso con i cantanti, con gli attori, a volte con i registi.

Tutti coloro che ricordano il film  “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, avranno un tuffo al cuore sapendo che il suo autore, l’ottantaseienne Sidney Lumet, non c’è più.   L’appassionante pellicola era basata sugli eventi di una vera rapina tentata in una banca di New York, nel quartiere di Brooklyn, avvenuta il 22 agosto del 1972 ed era incentrata su uno dei due rapinatori, Sonny Wojtowicz – interpretato da un indimenticabile Al Pacino – che, con il complice Salvatore Naturile, tenne in ostaggio i dipendenti dell’istituto.  E’ probabile che in questi giorni di celebrazione della morte “Quel pomeriggio di un giorno da cani” venga ritrasmesso dalle TV, chi non lo ha visto non lo perda.

Ma tra i   film importanti di Lumet possiamo citarne molti: “L’uomo del banco dei pegni” (1964);  Serpico (1973), anch’esso con Al Pacino;  Assassinio sull’Orient-Express (1974) – tratto da un romanzo di Agatha Christie, con Ingrid Bergman (Oscar come migliore attrice non protagonista), Lauren Bacall, Anthony Perkins, Sean Connery, Vanessa Redgrave e Albert Finney (nel ruolo di Poirot) – e Quinto potere (1976), una critica al sistema televisivo e agli effetti nei confronti degli spettatori. Il film valse l’Oscar ai due protagonisti, Peter Finch e Fay Dunaway.

Lumet era nato a Philadelphia nel 1924. Viveva in una casa di Manhattan, in pieno centro di New York, città che aveva sempre preferito all′atmosfera di Hollywood. Proprio nella sua casa, tipica della grande mela, si è spenta la sua vita. La sua carriera era iniziata a  a Broadway: da giovane aveva trovato un  incarico come direttore televisivo. Il suo primo lavoro è del 1957: “La parola ai giurati” , con Henry Fonda.  Era volto a combattere i pregiudizi razziali, presentando al pubblico degli anni ′50 una storia  sulle contraddizioni della società e dell′individuo. La pellicola  riportò, tra l′altro,  una nomination agli Oscar, e vinse quell′anno l′Orso d′Oro al Festival di Berlino. Per capire lo spirito di questo grande regista basta leggere quanto scrisse lui stesso  del suo primo film: “Mentre l′obiettivo di tutti i film è quello di intrattenere,  il mio modo di fare cinema punta a qualcosa di diverso, che io credo vada un passo più in là. Obbliga, cioè, lo spettatore ad esaminare una faccia o l′altra della sua coscienza. Stimola la riflessione e consente ai succhi gastrici mentali di mettersi in moto”.

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