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Referendum e truffe di Pasqua. Gli italiani scippati del loro diritto a decidere

Una sentenza della Corte Costituzionale ribadisce che se non c’è una vera abrogazione delle norme oggetto della consultazione, il referendum si deve svolgere lo stesso

ROMA – Se qualcuno ancora riteneva che l’imbelle Esecutivo di Silvio Berlusconi avesse una maggioranza nel Paese, con la manomissione dei referendum sul nucleare, la privatizzazione dell’acqua e il legittimo impedimento ha subìto una sonora smentita. Con atti di plastica e truffaldina solerzia, Berlusconi ha ordinato ai suoi dipendenti ministeriali di manomettere il ricorso alle urne perché ha una paura fottuta di mostrarsi perdente, soprattutto sul legittimo impedimento.

La decisione si è attuata in due tempi: nel primo, prendendo a prestito il dramma giapponese, ha “rimandato” a tempi migliori la costruzione delle nuove centrali nucleari, le stesse che erano considerate essenziali per il nostro futuro energetico soltanto a poche ore dalla terribile vicenda di Fukushima. Aggrappandosi, come è capitato ripetutamente in materia di immigrazione, allo scudo protettivo europeo, il nucleare non viene per niente abrogato ma soltanto rimandato a settembre. Il secondo atto dovrebbe consistere in un decreto con il quale si decide una mera sospensione del decreto Ronchi, che “liberalizzava” la gestione di un bene pubblico essenziale come l’acqua, che però ben due milioni di italiani aveva chiesto di abrogare firmando la richiesta di referendum. Evidentemente, Berlusconi deve aver compreso che anche questo secondo quesito referendario avrebbe convogliato l’interesse degli elettori e che lui non sarebbe stato in grado di brandire le sue armi violente trasformando i quesiti in plebisciti a suo favore.

LA DEBOLEZZA DI BERLUSCONI. Decisioni truffaldine, che violano il diritto degli elettori ma che soprattutto mostrano tutta intera l’estrema debolezza del magnate di Arcore e dei suoi gerarchi, timorosi che l’arma affilata da Antonio Di Pietro allarghi le crepe di una scalcinata coalizione, tenuta insieme con la saliva dei transfughi “acquisiti” dalla sua potenza economica. Sarà ora l’ufficio centrale per i referendum della Corte di Cassazione a decidere se gli strumentali provvedimenti normativi del Governo siano atti ad impedire lo svolgimento dei referendum e già possiamo immaginare, qualora i giudici si esprimano a favore dell’ammissibilità, quali potranno essere le reazioni dei gerarchi e del loro duce.

IL PARERE DELLA CONSULTA. Sul punto, legge e giurisprudenza costituzionale parlano chiaro. L’articolo 39 della legge n. 352/1970, che regola la materia, dispone che l’Ufficio centrale della Cassazione dichiari sospeso il referendum qualora il Parlamento abbia approvato una legge innovativa sulla materia. I giudici costituzionali, però, con la sentenza di tipo “additivo” ( n. 68/1978) hanno stabilito che qualora il Parlamento abbia “innovato” la materia mantenendo in vigore principi e criteri contro cui sono volti i propositi abrogativi dei referendari, la consultazione si svolte sulle nuove norme.

IL GOVERNO VUOLE AGGIRARE NORME E SENTENZE. In queste ore, dunque, il Governo sta cercando la “quadra”, cioè provvedimenti che possano essere accettati come realmente “innovativi” per non essere fulminati dai precetti giurisprudenziali dei giudici “comunisti” della Consulta, perché in tal caso la Cassazione non potrebbe che applicare quanto stabilito dalla Corte Costituzionale. Ma per fare questo, è evidente che dovrebbe, come sostiene Stefano Rodotà e come richiede Antonio Di Pietro, semplicemente abrogare le norme della fattispecie oggetto di referendum. Nel caso del nucleare, l’emendamento approvato dal Senato all’articolo 5 del cosiddetto “decreto omnibus” testualmente recita: “Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”. L’inciso in testa alla norma fa chiaramente comprendere come la decisione di costruire nuovi impianti è semplicemente “sospesa”, appunto in attesa di quelle “nuove evidenze scientifiche” che potrebbero giungere in tempi anche prossimi.

Non si sa ancora quale sarà il tenore del decreto-legge finalizzato a manomettere il referendum sulla privatizzazione dell’acqua, ma se dovesse contenere formule altrettanto ambigue potrebbe indurre i giudici di legittimità a far svolgere comunque la consultazione.

L’ABROGAZIONE DEL LEGITTIMO IMPEDIMENTO. È chiaro qual è l’interesse del premier: impedire che si realizzi un risultato sul legittimo impedimento, che si avrebbe qualora si recassero alle urne il 50,1% degli aventi diritto. Questo è il vero problema del Cavaliere. Una marea di voti che abrogano una delle tante leggi “ad personam” rappresenterebbe un plebiscito contro la sua persona.

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