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25 aprile. Fascisti e gerarchi del berlusconismo sognano invano di abolirlo

ROMA – Da quando la destra è al potere in Italia, da quando il berlusconismo l’ha sdoganata, il 25 aprile – che 45 anni di potere democristiano aveva tutelato nel nome di una reale unificazione contro la barbarie nazifascista – è diventata una festa di divisione, di distinguo, di revanscismo. Per le strade della Capitale, i romani hanno dovuto sopportare migliaia di manifesti di fascisti con scritto “Buona pasquetta” e l’immagine di furgoni pieni di manipoli in cerca di partigiani e oppositori da mandare al creatore.

Il deputato e presidente della provincia di Salerno Edmondo Cirielli, come ogni anno, dà alle stampe le sue tesi piene di livore sui partigiani, cioè su quelle persone che, a costo della propria vita, gli hanno consentito di sommare incarichi e stipendi nella più totale libertà. Ovviamente ricorda le foibe, accusando i comunisti di Palmiro Togliatti di aver taciuto sugli stermini titoisti ma guardandosi bene dal collegare quei tragici episodi della guerra con la pulizia etnica mussoliniana e hitleriana che aveva cercato di spazzare via dall’Istria gli slavi con i terribili programmi di italianizzazione forzata di quei territori.

Fascisti riciclati fra i gerarchi di Arcore propongono l’abolizione della XII disposizione transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista (come d’altronde chiedevano Almirante ed altre ex camicie nere di Salò durante la prima Repubblica) e spingono, proprio a ridosso dell’anniversario della Liberazione, perché la festa sia abolita del tutto, in quanto, sostengono, si tratterebbe di una ricorrenza di parte, che non tiene in debito conto il “sacrificio” di coloro che combatterono per far vincere i campi di concentramento, gli stermini degli ebrei, il razzismo biologico di Adolf Hitler.

Secondo costoro, addirittura, il 25 aprile dovrebbe essere abolito, per festeggiare la vera data, il 18 aprile del 1948, che segnò il trionfo della Democrazia Cristiana e il definitivo tramonto del progetto togliattiano di portare i cavalli di Stalin ad abbeverarsi a piazza San Pietro.

Non è soltanto l’ignoranza ad albergare in questi “storici” di risulta, la mancanza di letture e di titoli di studio, si tratta di un progetto razionale di sovvertimento dei valori della democrazia italiana, supportato da una “storiografia”  che cita nomi altisonanti come Renzo De Felice ma poi, non avendone letto gli impegnativi volumi, preferisce appoggiarsi sui livori di Giampaolo Pansa, un giornalista felicemente passato, in età senile, dall’antica militanza nel Pci alle pagine  ben retribuite degli house-organ del Cavaliere, con l’obiettivo di infangare la memoria della Resistenza che diede anche a lui l’opportunità di vivere dei suoi sudati e ricchi diritti d’autore.

In nessun altro Paese al mondo è esistita ed esiste una destra revanscista di questo tipo, se non in forme marginali, che, con le ricorrenze unitarie (il 17 marzo 1861, il 25 aprile 1945, lo stesso 1 maggio) vuole regolare i conti, per fomentare lo scontro sociale, come accadde dopo il “biennio rosso” (1919-20), quando i primi manipoli fascisti furono assoldati per violentare le rivendicazioni operaie, dopo la fondazione del Pnf a Milano (7 novembre 1921). In Germania, dove pure i tedeschi soffrirono uno dei regimi più sanguinari e vergognosi mai esistiti al mondo, il cui furher si considerava un discepolo di Mussolini, la cultura sociale rifiuta perfino di dover discutere del proprio passato, dato per scontato che quel tipo di regime fu un’onta vergognosa per il Paese di Ghoete, di Schiller, di Hegel, del Ludwig Van Beethoven che esaltava le gesta napoleoniche di propagazione delle libertà civili in Europa.

In Italia si mette in discussione la sconfitta del fascismo, si riscopre un Mussolini “grande statista”, si pubblicano falsi e ridicoli diari in cui si cerca disperatamente di dimostrare la sua antipatia verso Hitler ma soprattutto si contesta il giorno della Liberazione, volendo mostrare al Paese che, in realtà, è una falsa ricorrenza, perché non proprio tutto è da buttare delle architetture di piazza Venezia. Anzi, c’è qualcuno che, oggi, vive proprio lì accanto e che bisogna difendere. È alto più o meno come Mussolini e soffre delle medesime ossessioni testosteroniche. Gli manca un balcone, certo, ma spesso utilizza i predellini, che qualcosa in più alla visuale gli mostrano. Per i fascisti è sufficiente ad offuscare il terrore di piazzale Loreto, il luogo dove l’Italia trovò la sua più vera dignità di Nazione.

Pietà l’è morta- Modena City Rumblers

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