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Berlusconi. Il leader screditato e i suoi giochetti per evitare il giudizio degli elettori

ROMA – La logica “democratica” del premier italiano è quella di Sergio Marchionne: “Il referendum si può fare soltanto quando sono sicuro che mi dà ragione”. Altrimenti è meglio non farlo. Così succede alla Fiat (per certi versi in modo comprensibile, visto che si tratta di un’azienda privata che deve produrre profitti) ma è aberrante che succeda in un sistema di democrazia evoluta. “Se si facesse il referendum, il nucleare sarebbe bloccato per anni” ha dichiarato con la sua faccia di tolla Silvio Berlusconi e i suoi gerarchetti, ieri sera a “Ballarò”, hanno cercato disperatamente di fornire una veste apprezzabile a questa sconsiderata affermazione.

Un primo ministro che ogni giorno ricorre alla sua investitura popolare per legittimare un potere logoro che continua ad esistere soltanto grazie alla sua potenza economica, proprio quell’investitura nega e oltrepassa per non perdere una tornata elettorale. Ed ora si appella alla volontà sovrana del Parlamento, sottolineando che “i contratti con i francesi sul nucleare non saranno annullati e fra qualche anno torneremo all’energia più sicura che esista”. Ma non sarà il Parlamento a decidere ma un giudice di Cassazione, il quale, secondo alcuni, potrebbe tenere in conto proprio le parole del premier (in qualità di legislatore) per fornire un’interpretazione autentica della legge che avrebbe abrogato le norme che consentivano la costruzione di nuove centrali nucleari.

VOLONTÀ POPOLARE CALPESTATA. Non c’era bisogno di questa vicenda per dimostrare ancora una volta in quanta considerazione venga tenuta la Costituzione dal presente regime. Il solerte gerarchetto Gaetano Quagliarello ha precisato che “ci sono cataloghi interi di decisioni del Parlamento che, abrogando norme soggette a referendum, ne hanno impedito lo svolgimento” e che “quindi non si capisce perché, in questa occasione, tale scelta delle Camere susciti tanto scalpore”. Vero, ma non è mai successo che l’organo rappresentativo della volontà popolare abbia fatto finta di abrogare le norme soltanto per impedire una consultazione referendaria e che addirittura un premier confessi di aver precisamente turlupinato il popolo perché “dai sondaggi in nostro possesso avevamo constatato che la maggioranza degli italiani è contraria al nucleare”. In tutte le altre occasioni, il ceto politico aveva impedito i referendum modificando la legge oggetto di consultazione o abrogandola del tutto e la Corte Costituzionale aveva chiarito (sentenza n. 68/1978) che non è possibile fare trucchetti. Se il legislatore innova mantenendo fermi i principi ispiratori di una legge, il referendum si fa lo stesso ma sulle nuove norme.

LA LOGICA DE MAGLIARI. In altri termini, la giurisprudenza costituzionale ha impedito il giochetto dei magliari, che vendono un tessuto sintetico offrendolo come pura seta, metodologia in auge con il Governo della destra. Perché di questo si tratta. Berlusconi ha fatto chiaramente comprendere che, massimo un anno, e la legge istitutiva delle nuove centrali sarà riproposta dal Parlamento e così il tessuto sintetico verrà di nuovo offerto ai cittadini al prezzo di quello di seta.

LA RIFORMA DEL REFERENDUM. La oltraggiosa vicenda dimostra un altro elemento che sarebbe necessario considerare: la riforma dell’articolo 75 della Costituzione, fra le tante ipotizzate in modo sconsiderato dalla destra. Così come è stato concepito dal Costituente, lo strumento non funziona e non funzionerà mai. Sarebbe meglio introdurre una consultazione propositiva, cui ricorrere per provvedimenti che riguardano servizi e bisogni collettivi (come avviene in Svizzera, ad esempio), abrogando il quorum costitutivo (50,1%). Una volta raccolta la preferenza degli elettori, il Parlamento dovrebbe legiferare rispettando la volontà popolare, magari con il controllo dei giudici costituzionali. Ma una riforma del genere sarà possibile soltanto con un Esecutivo realmente democratico.

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