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L’ex ministro degli interni: “Vendetta di Cosa nostra contro di me”. Il pentito afferma che “Dell’Utri si mise a disposizione” quando fu contattato da Vittorio Mangano per cercare contatti con Berlusconi e aprire una nuova stagione di relazioni con la politica

FIRENZE – È il giorno delle parole di Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando di Capaci. Parla al processo per le stragi del 1993, attualmente in dibattimento a Firenze. E fa rivelazioni clamorose, affermando che l’ex ministro Mancino era il committente finale delle richieste contenute nel “papello”, quindi confermando l’esistenza di una trattativa fra mafia e Stato. Poi scagiona Silvio Berlusconi, asserendo che lui non c’entra nulla con le stragi del 1993.

SPUNTA FUORI MANCINO. È la prima volta che Brusca fa il nome di Nicola Mancino, ministro degli interni dal 1992 al 1994. “Fu Riina a parlarmi della trattativa. Non mi disse il tramite ma il committente finale e mi fece il nome di Mancino”. Questo avvenne nel periodo fra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e l’attentato in cui trovò la morte Borsellino (19 luglio 1992). Brusca ha chiarito che le stragi, ideate e organizzate da Cosa nostra, non erano ispirate dalla necessità di abolire il carcere duro per i mafiosi quanto per neutralizzare gli effetti della sentenza della Cassazione sul maxi-processo, cioè la principale esigenza posta dal capo dei capi Totò Riina. Per questo, ha detto ancora Brusca, fu liquidato Salvo Lima (aprile 1992). “La speranza era di far tornare lo Stato a trattare con noi, come aveva fatto fino al 1992 grazie all’aiuto dell’onorevole Salvo Lima. Lima era sempre disponibile, con lui potevamo contare su favori e accomodamenti. Lima si metteva a nostra disposizione e ci aiutava come poteva. Poi, però, non fece altrettanto per il maxiprocesso, per il quale disse di non poter fare nulla. Questo ne decretò la morte”.

LA TRATTATIVA SI INTERROMPE. Riina era furioso perché, dopo via D’Amelio la trattativa con lo Stato si era interrotta. Lo zu’ Toto gli disse: “non c’è più nessuno” e dunque prese piede l’idea di far tornare con la forza lo Stato a trattare con Cosa nostra, mediante le stragi. Brusca ha smentito che Berlusconi c’entrasse qualcosa con le stragi del 1993, perché quelle “appartenevano al passato. Io l’ho sempre detto che Berlusconi non c’entrava nulla”.

IL CONTATTO CON BERLUSCONI. A fine 1993, dice Brusca, insieme a Leoluca Bagarella (cognato di Riina), ha un contatto con Dell’Utri tramite Mangano, ufficialmente lo stalliere della residenza di Arcore. A Mangano, dice ancora il pentito, “chiesi se conosceva Berlusconi e lui disse di sì e che ci saremmo potuti arrivare tramite dell’Utri”, che era contattabile tramite un uomo delle pulizie che lavorava a “Canale 5”. Secondo Brusca il tentativo di arrivare a Berlusconi era dettato dall’esigenza di aprire un nuovo fronte e chiudere quello vecchio (con la strage di carabinieri allo stadio Olimpico, mai portata a compimento). Il magnate di Arcore si apprestava a diventare premier. “Mandai Mangano a Milano ad avvertire dell’Utri e, attraverso lui, Berlusconi che si apprestava a diventare premier, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate. Mangano tornò dicendo che aveva parlato con dell’Utri, che si era messo a disposizione”. Brusca ha poi aggiunto: “Riina mi disse che Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino gli volevano portare la Lega e un altro soggetto politico che non ricordo”. Secondo fonti investigative, il riferimento alla Lega fatto dal pentito non riguarda le ipotesi di partiti del sud, cui pure la mafia aveva mostrato interesse, ma quello di Bossi.

L’UCCISIONE DI FALCONE. Brusca chiarisce anche che la morte di Giovanni Falcone era stata decretata da tempo da Cosa nostra ma più volte rimandata. L’attentato dell’Addaura era stato un tentativo fallito, come un altro progettato che consisteva nell’uso di un bazooka che avrebbe dovuto colpire il giudice mentre faceva il bagno in piscina. Ma poi trovarono l’arma e il progetto fu ancora una volta rimandato.

MANCINO: “CONTRO DI ME VENDETTA DELLA MAFIA”. “È una vendetta contro chi ha combattuto la mafia con leggi che hanno consentito di concludere il maxiprocesso e di perfezionare e rendere più severa la legislazione di contrasto alla criminalità organizzata” afferma l’ex ministro degli interni Nicola Mancino dopo le pesanti dichiarazioni di Giovanni Brusca. “Se Riina ha fatto il mio nome è perché da ministro dell’Interno ho sempre sollecitato il suo arresto, e l’ho ottenuto” ha ancora aggiunto.

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