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Libia. La Camera approva la mozione. Nel Pdl venti di guerra contro Lega e Tremonti

Per fugare ogni dubbio, il Cavaliere annuncia a “Porta a porta” che pensa proprio al ministro dell’economia come suo possibile successore. Una pantomima da vero “teatrino della politica”. L’annuncio potrebbe spaccare ancora di più il partito-ramo di azienda

ROMA – Le milizie del Pdl e della Lega hanno fatto la pace. Bossi ha imposto a Berlusconi la sua mozione sulla guerra in Libia, che il magnate di Arcore, non senza qualche mugugno, ha accettato. Poi “le limature”, i distinguo, le “trattative” contrabbandate ai media da Gaetano Quagliarello, il plenipotenziario dei gerarchi berlusconiani, sono una finta per i media e per non perdere la faccia di fronte ai propri elettori (che comunque tendono a bersi qualsiasi bufala).

Intanto la Camera ha approvato tutte le mozioni sulla guerra in Libia ad esclusione di quella proposta dall’Idv. La mozione congiunta Lega-Pdl-Ir ha ottenuto 309 voti favorevoli e 294 contrari. Quella del Pd 260 favorevoli, 20 contrari. La mozione del terzo polo 265 voti favorevoli, 45 contrari. Su entrambe le mozioni dell’opposizione la maggioranza governativa si è astenuta, mentre ha votato contro la mozione dell’Italia dei valori.

UNA REALTÁ DIVERSA. La verità è che, quella fra Bossi e Berlusconi, è una finta pace, destinata a durare fino alle amministrative. Queste ultime sono una prova di forza per il berlusconismo. Bossi lo ha fatto capire con decisione qualche giorno fa: “Se si perde Milano, sarà Berlusconi ad uscirne sconfitto. Se salta Milano salta tutto”. Ora è pur vero che il leader leghista una ne pensa e cento ne dice, ma è una realtà il fatto che il magnate di Arcore punti tutto sulla capitale lombarda per rinsaldare la sua leadership e soprattutto rafforzare il suo partito-ramo di azienda.

LA QUESTIONE TREMONTI. Intanto ieri sera c’è stato l’ennesimo incontro fra il premier e Giulio Tremonti. Invitato a cena soltanto nella mattinata, con la regia di Gianni Letta, il responsabile del ministero si è recato a Palazzo Grazioli molto determinato a far cessare gli attacchi del quotidiano di famiglia diretto da Alessandro Sallusti. Si sa come vanno queste cose: Berlusconi afferma che dietro gli editoriali al vetriolo del direttore dell’”house organ” c’è solamente il direttore stesso, ma in modo comprensibilmente poco credibile. Il premier ha comunque dato “carta bianca” al suo ministro sul decreto per lo sviluppo che sarà approvato giovedì in Consiglio dei ministri. “Più che una tregua, è stato un vero e proprio disgelo” confermano fonti del Governo, anche se Tremonti non ha gradito la riconferma dell’appoggio al Presidente francese Sarkozy sulla vicenda Parmalat, ribadito nel faccia a faccia dal premier stesso. Poi, in serata si diffonde la notizia che il magnate di Arcore pensa proprio a Giulio come suo delfino. Una mossa destinata a spiazzare il ministro dell’economia e a sedarne definitivamente i malumori. Ma sa troppo di convenienza e poco di realismo.

MEZZO PDL IN RIVOLTA. Forse la facciata sarà stata pure ripulita ma rimane, nel Pdl, un clima di guerra non guerreggiata. L’ala scajolana ed alcuni autorevoli esponenti, come l’ex ministro De Martino, oramai non nascondono più i venti di rivolta contro Tremonti e la Lega, ritenendo l’accordo sulla mozione sulla Libia un cedimento strutturale da parte di Berlusconi ai “diktat” bossiani. “Non credo si possa andare avanti così per molto tempo” dice un esponente di primo piano del Pdl ed aggiunge: “Berlusconi è stritolato da Bossi ed oramai non vede altra alternativa al suo sostegno. Quindi è disposto ad accettare quasi tutto dal leader padano. E noi siamo costretti a fare da contorno”. Significativo quanto successo alla Camera, dove ben 18 deputati pidiellini hanno deciso di non votare il decreto tremontiano (oramai inutile) contro le scalate, poi passato grazie all’astensione delle opposizioni. Se non è una dichiarazione di guerra da parte di Claudio Scajola e Antonio De Martino poco ci manca.

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