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ROMA – Giorgio Napolitano non è rimasto in silenzio, come aveva lamentato la filosofa Roberta De Monticelli su “Il Fatto”; al contrario, ha parlato. E, per quanto sommessamente come si deve all’austerità della sua funzione, ha messo i puntini sulle i. Con la nomina di nove nuovi sottosegretari, dopo la promozione a ministro già avvenuta di Saverio Romano, la maggioranza è cambiata, non essendo più quella vincitrice del 2008. Insomma, dice Napolitano, si tratta né più né meno di un “ribaltone”, parola tanto cara ai gerarchi berlusconiani quando vuole conquistare il potere una maggioranza sconfitta alle urne. Tutto legittimo, per carità, continua il Capo dello Stato, a condizione che il Parlamento ne prenda atto e che il Governo ne faccia una comunicazione ufficiale, ottenendo una nuova investitura.

RIBALTONE LEGITTIMO. Naturalmente per i gerarchi non tutti i ribaltoni sono uguali. Quando deputati eletti con la maggioranza cambiano opinione per formarne un’altra si tratta di un indegno ribaltone che fa a pezzi la “volontà popolare”, quando invece abbandonano l’opposizione per supportare la maggioranza uscita vincitrice dalla competizione elettorale, allora sono “Responsabili”. È la logica propria della famiglia Berlusconi, la stessa che induce Marina a ritenere corretto che la sua azienda sfrutti una legge approvata dal padre per non pagare svariati milioni di imposte arretrate, ma indegno che ad usufruirne sia Carlo De Benedetti i cui giornali hanno criticato lo specifico – fra i tanti – mega-conflitto di interessi. Ma Napolitano non si mostra d’accordo e asserisce la necessità del rispetto delle regole e, soprattutto, della coerenza istituzionale. Un valore piuttosto estraneo ad Arcore e, ciò che è peggio, a Palazzo Chigi.

PARLAMENTARISMO SENZA PARLAMENTO. È così che il monito del Colle ha sollevato la solita furia nel presidente del consiglio, che l’ha interpretato a suo modo: un vile tentativo di mettere nuovamente in difficoltà il suo governo. “Abbiamo avuto molteplici fiducie” hanno opposto i capi-gerarchi dell’emulo del duce. “Bene, vuole una nuova fiducia? La otterremo dopo il trionfo nelle amministrative” ha esclamato il re dalla sua magione arcoriana. In realtà ciò che Napolitano ha evidenziato è un tratto specifico del berlusconismo. Quello di utilizzare il Parlamento, cioè il potere delle Camere, in modo unidirezionale, come supporto per la conservazione del potere ed abbandonare in gran fretta il feticcio della “sovranità popolare” ogni qualvolta sia necessario perché dannoso ai propri interessi (come nel caso dei referendum di giugno). Insomma, un parlamentarismo senza il Parlamento, giudicato, a seconda delle necessità, “istituzione centrale” oppure eventuale “bivacco per i manipoli”.

UNICO ARGINE. Allo stesso tempo, il ruolo che sta progressivamente emergendo dal Colle rafforza la sua funzione di “ultima garanzia” per il sistema italiano. I Costituenti videro in esso un corpo neutro per la nascente democrazia italiana, una sorta di camera di compensazione in grado di attutire eventuali esondazioni partitiche o di gruppi di potere all’interno dello Stato.  Ed è così che Napolitano sta interpretando il suo ruolo, con estrema razionalità, avendo la sua azione una funzione di tipo quasi salvifico. Di fronte al pericolo berlusconista, il Quirinale si pone come un argine invalicabile. Proprio ciò che fa andare su tutte le furie il Cavaliere.

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