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VENEZIA – Il Cda della Biennale di Venezia ha deciso di assegnare a Marco Bellocchio il Leone d’oro alla carriera. Lo ha proposto il direttore della mostra cinematografica Marco Mueller con queste motivazioni: «Traghettatore di idee, esploratore  del confine instabile tra se stesso, il cinema e la storia, ha utilizzato come mappa, per orientarsi, il mondo che comincia oltre i confini della realtà visibile (e nell’inconscio). E ha così trovato i modi di espressione più vitali e “giusti” – per raccontare l’urgenza di saperi, individuali e collettivi, indeboliti, o svaniti».

Alla mostra verrà presentato il riveduto e corretto Nel nome del padre (1971). Non è un’opera restaurata ma  una versione nuova realizzata dal regista a partire dai materiali del film stesso: 90′ minuti contro i 105′ della vecchia versione. Marco Bellocchio spiega: « In tutti questi anni (quaranta) mi è tornata in mente, a intervalli vari, anche lunghissimi, l’idea, la convinzione che Nel nome del padre non avesse ancora trovato la sua forma definitiva. (…)  Molta cultura, figlia di quegli anni, magari irrisa, in quest’ultima versione è stata almeno contenuta a favore della storia, dei personaggi, degli affetti più semplici e diretti. Ho tagliato, accorciato, non ho aggiunto nulla. Le “invenzioni” politiche nel film non mancano, assolutamente legittime (basti pensare alla lotta di classe tra servi e preti, del tutto inesistente nella mia esperienza di collegiale), ma forse manca quella passione, esaltazione, fede, cecità che aveva posseduto sinceramente Eisenstein quando faceva i suoi film di propaganda, che però erano e sono dei capolavori… >>

Marco bellocchio nei suoi primi film si è fatto interprete della rivolta sessantottina contro le istituzioni. Nonostante il suo cinema sia chiaramente orientato a sinistra, nelle sue intenzioni non c’è mai stata  propaganda politica, ma disvelamento di  ipocrisie e contraddizioni della classe borghese.   Ha esordito nel 65 alla Mostra di Venezia con I pugni in tasca, film autobiografico in cui affronta il progressivo sgretolamento dei valori familiari. Si avvicina poi al cinema militante con La Cina è vicina (1967) e Nel nome del padre (1971). Riscuotono minor successo film come Matti da slegare (1975) in cui affronta il problema dei manicomi italiani e Sbatti il mostro in prima pagina (1972) sul mondo del giornalismo.

Uno dei suoi film di più popolari è  Marcia trionfale con Michele Placido, Franco nero e Miou-Miou. Racconta di un  soldato laureato,  timido e distinto per natura, che durante la leva si trova a disagio con istruttori, caporali e sergenti. Il suo capitano si trova, a sua volta,  alle prese con una galoppante nevrosi dovuta alla concezione autoritaria della vita militare. Scelto il soldatino come pupillo e cavia, lo brutalizza e, in tal modo, ne conquista l’amicizia. L’altro diviene confidente del superiore,  spia e poi amante della moglie.

Bellocchio nel 1994 vince l’Orso d’Argento al Festival di Berlino con Il sogno della farfalla, mentre nel 1999 con La balia vince il David di Donatello per i costumi e quattro Ciak D’Oro. Nel 2002 presenta a Cannes L’ora di religione, che gli vale una menzione speciale della giuria ecumenica, quattro Nastri d’argento e il Davide di Donatello come migliore attrice non protagonista a Piera Degli Esposti. Nel 2003, con Buongiorno, notte, ottiene a Venezia il premio per il contributo artistico individuale  di particolare rilievo. Nel 2005 al Festival di Cannes presenta Il regista di matrimoni, film che ottiene due Nastri d’argento. Sempre a Cannes nel 2008 presenta Vincere, che riscuote un gran successo e vale all’interprete principale, Giovanna Mezzogiorno, il Nastro d’argento come migliore interprete femminile.

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