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DAMASCO – Da un paio di giorni sfollati e dissidenti sono in fuga dalla repressione scatenata dal regime di Bashar Assad e cercano riparo nell’area al confine tra i due Paesi.

Famiglie, uomini, anziani e soprattutto tante donne, vestite di nero, col capo coperto dal velo islamico, con i figli tra le braccia o tenuti per mano. Passano in silenzio. Non hanno voglia di parlare. Hanno la paura dipinta sul volto, negli occhi. Una di loro si limita a dire: «A Tall Khalakh la situazione è terribile».
Tall Khalakh è la cittadina che si trova dall’altra parte del confine, dove «nei giorni scorsi sono arrivati i carri armati, le forze di sicurezza e gli Shabbiha», i sostenitori del regime, che fanno il lavoro più sporco, in borghese, dice un anziano.
Il sindaco del villaggio accoglie i profughi con calore e li indirizza verso i minibus che sonolì pronti per accompagnarli nelle case del villaggio o degli altri 22 piccoli centri della Wadi Khaled, una valle agricola a nord di Tripoli.
Secondo quanto riferisce il sindaco: «per migliaia di siriani il villaggio di Tall Sakher, nel nord del Libano, è diventato nelle ultime ore sinonimo di speranza e di salvezza: dalla notte scorsa lo hanno raggiunto in tanti, passando sul piccolo ponte sul ruscello Nahr All Khabir, che lo separa dalla regione siriana di Homs, e dai carri armati del regime di Damasco che ormai da settimane stanno soffocando nel sangue le «manifestazioni per la democrazia».
Non è un vero valico di frontiera. È solo un punto di passaggio, non ufficiale che, dalla parte siriana, il Mukhabarat, ovvero i servizi segreti, ha abbandonato ieri dopo una scaramuccia a colpi di arma da fuoco arrivati dalla parte libanese.
E in poco tempo e in molti ne hanno approfittato, visto che i libanesi hanno deciso di non fare difficoltà, «per motivi umanitari».

 

Nonostante la decisione di rendere agevole il passaggio dei profughi, il governo di Beirut ha comunque dispiegato unità dell’esercito a pattugliare la frontiera con la Siria, lungo il fiume Nahr al Kabir, per impedire, secondo quanto afferma oggi il quotidiano libanese Nahar, il contrabbando di armi.
Fin dall’inizio delle rivolte il governo di Damasco aveva sospettato un complotto contro il regime, puntando il dito contro numerosi politici libanesi.
Da giorni si intensificano gli spari sul confine, riferisce un giornalista dell’Afp; questa mattina una donna è rimasta uccisa ad al Boqayaa, nord del Libano, e cinque altre persone sono rimaste ferite tra cui un soldato libanese. Gli spari, precisano alcuni fonti, provenivano dal confine siriano e si precisa che la donna rimasta uccisa è di nazionalità siriana.
Lo stessa fonte precisa che a metà giornata il posto di frontiera appariva quasi deserto con la sola presenza di soldati libanesi, una squadra della Croce rossa e alcuni giornalisti. Tutti i civili erano fuggiti per timore di nuovi colpi di arma da fuoco.

 

Intanto l’emittente araba al-Jazeera ha annunciato la sospensione della sua attività. Scelta dovuta, secondo quanto riferito dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti, alle continue pressioni ricevute da parte del regime di Bashar al-Assad, che avrebbe tra l’altro impedito alla tv del Qatar di documentare gli eventi dei giorni scorsi a Daraa, città epicentro delle rivolte e posta sotto assedio da lunedì.
Secondo quanto ha affermato oggi l’organizzazione siriana per la difesa dei diritti umani Sawasiah, dall’inizio della rivolta, sei settimane fa, sono almeno 500 i civili uccisi dalla repressione del regime e i feriti si contano a migliaia, così come le persone arrestate.
Ma la rivolta non si ferma. Domani sono attese « in tutte le strade e in tutte le piazze» ancora migliaia e migliaia di persone per un nuovo «venerdì della collera».
A cui il regime lancia un chiaro avvertimento, per bocca del ministro dell’informazione Adnan Mahmud: “Siamo determinatì a ristabilire l’ordine”.

 

 

 

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