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ROMA – Silvio Berlusconi ha trascorso la serata di ieri con Allegri, l’allenatore milanista e Galliani. Quest’ultimo ha ammesso con i giornalisti che “non era di buon umore”. C’è da giurarci, perché i risultati delle elezioni comunali milanesi rappresentano un vero punto di svolta per la politica nazionale. Ciò che sta bruciando al magnate è soprattutto lo scarsissimo appeal che il suo nome ha prodotto sulla lista. I milanesi che lo hanno votato sono stati poco più di 27 mila, vale a dire meno della metà di cinque anni fa. E questo nonostante si presentasse furbescamente come capolista e avesse fornito alla tornata elettorale il sapore della prova di forza. Ma non è andata meglio ai suoi pasdaran, come Roberto Lassini, l’ideatore dei manifesti-vergogna contro la procura milanese, che ha raccolto poco più di cento preferenze, dimostrando che la coscienza civile di Milano rigetta personaggi politici di tal fatta.

LA LEGA, IL VERO PROBLEMA. Ma il premier, come gli capita spesso, è già oltre con la mente e la sua principale preoccupazione ora è il rapporto con Umberto Bossi. Nella mattinata il leader leghista si è recato a Via Bellerio con lo stato maggiore del partito per un’analisi del voto. Ieri non ha prodotto alcuna dichiarazione, lasciando a Roberto Castelli e a Roberto Calderoli la gestione di un mini-conferenza stampa di pochi minuti, assai poco significativa. I leghisti hanno ottenuto a Milano il 9,63% dei voti, non hanno sfondato come speravano. E in Bossi si sta oramai consolidando l’idea che l’alleanza con Berlusconi gli faccia perdere voti. In altri Comuni dove si è presentata da sola, in alcuni casi è andata al ballottaggio, in altri ha perso malamente. Un dato elettorale difficile da interpretare.

MINIMIZZAZIONI. Oggi è tutto un profluvio di rassicurazioni sulla tenuta del rapporto Pdl-Lega ma non sono pochi gli esponenti padani che mettono i puntini sulle “i”. Matteo Salvini, ad esempio, precisa: “Mi auguro che il ballottaggio non si trasformi in un referendum pro o contro Berlusconi” sottolineando indirettamente che il vero problema è rappresentato proprio dal premier, che non attira più gli elettori. Se questo è lo sfondo dello scenario è impensabile che Bossi, con tutto il suo fiuto, non ne tenga conto nelle strategie future. E che soprattutto non tenga conto che le elezioni milanesi hanno mostrato un partito calante, che non riesce a sfondare, diciamo pure un inizio di disaffezione da parte degli elettori, prodotto principalmente dall’alleanza di ferro con “Berluskaz”.

UN FUTURO SENZA BERLUSCONI. Se è vero quello che molti analisti hanno sottolineato in queste ore, e cioè che Milano ha sempre anticipato il futuro politico del Paese (la Resistenza al fascismo, il centro-sinistra, mani pulite), la disfatta di Berlusconi potrebbe causare uno sganciamento progressivo dell’alleanza con Bossi. Le sirene del centro-sinistra si sono già innestate. Piero Fassino, il vero trionfatore di queste elezioni, ha subito precisato: “Se la Lega vuole davvero realizzare il federalismo in Italia dovrà aprirsi al rapporto con il Pd e il centrosinistra”. Oggettivamente, non dovrebbe essere un richiamo privo di forza per i leghisti, soprattutto se si convinceranno che puntare ancora su un cavallo azzoppato e perdente come il magnate di Arcore può impedire qualsiasi crescita in termini elettorali. Sicuramente la Lega attenderà i risultati di Napoli (dove Lettieri può perdere con De Magistris se la sinistra si compatterà) e soprattutto di Milano (dove ugualmente potrebbe farcela Pisapia). Se dovessero confermare la disfatta del Pdl, niente potrà essere come prima. In quel momento Bossi potrebbe comprendere che è arrivata la seconda fase della sua strategia, una sorta di rinascita della Lega “popolare e di lotta” e progettare uno scenario politico dal quale Silvio Berlusconi sarà assente.

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