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La democrazia amputata dal potere televisivo di Silvio Berlusconi

ROMA – “Articolo 31” manifesta in permanenza davanti alla cosiddetta Autorità di garanzia per le telecomunicazioni (Agcom) per protestare contro l’occupazione televisiva nei telegiornali di Silvio Berlusconi, uno scandalo senza fine, che dura da 17 anni, caso unico nei sistemi democratici dell’Unione europea ed anche al di là dell’Atlantico. In spregio a qualsiasi norma di legge (la par condicio), il magnate di Arcore sta producendo il medesimo sforzo della primavera del 2006, quando, indietro di circa cinque punti nei sondaggi rispetto a Romano Prodi, intervenne quasi ogni mattina negli ultimi dieci giorni della campagna elettorale, con la scusa di essere il Presidente del consiglio, nelle trasmissioni più viste da casalinghe e pensionati. Lo stratagemma funzionò, perché i cinque punti di svantaggio si ridussero praticamente a zero.

Gli analisti dei flussi elettorali confermano che interventi così diretti sull’informazione incidono soprattutto su un pubblico non politicizzato, di età media elevata, scarsamente informato, nel quale si annida lo “zoccolo duro” della non partecipazione al voto. Grosso modo, si stima che questo tipo di interventi “non informativi”, perché vengono camuffati come interviste ma in realtà sono comizi a senso unico, possono coinvolgere circa il 6% dell’elettorato, una percentuale in grado di decidere le sorti di una tornata elettorale.

Il messaggio lanciato nell’etere a questo pubblico era in particolar modo rivolto ai milanesi, inducendoli al voto con la minaccia che, qualora vincesse il ballottaggio Giuliano Pisapia, la capitale lombarda sarebbe assediata da islamici e zingari. Non è più un messaggio subliminale ma diretto, che sfrutta le infondate paure di una popolazione poco scolarizzata, che, se deve votare, trova in Berlusconi un naturale approdo.

La strategia viene utilizzata da Berlusconi non appena i sondaggi indichino una difficoltà oggettiva, quindi si tratta di un’extrema ratio, evitata (come in effetti accadde nel 2008) quando le aspettative sono migliori, in alcuni casi certe di una prevalenza elettorale.

Ma è evidente che una situazione del genere non può e non deve perdurare. Il nostro Paese non può più consentire ad un uomo di manomettere la democrazia elettorale in questo modo, come se fossimo nella Bielorussa dell’amico Lukashenko (uno degli ultimi dittatori comunisti dell’Est europeo, non a caso ripetutamente elogiato dal premier italiano). Per questo motivo, nella prossima legislatura, con una maggioranza degli onesti, sarà necessario predisporre, come primo atto normativo, una vera legge sul conflitto di interessi che estrometta Silvio Berlusconi (e i suoi familiari) dalla competizione politica, a meno che non vendano la proprietà di Mediaset e le case editrici in loro possesso. Soltanto in questo modo sarà possibile ripristinare una democrazia effettiva in Italia, con un centro-destra che potrà tornare a vincere le elezioni senza le attuali ribalderie ma per libera e convinta scelta dei suoi elettori.

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