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ROMA – Doveva essere la “maggioranza di ferro”. Soltanto una settimana fa Berlusconi ha dichiarato: “Siamo più coesi di prima, quando Fini ci ostacolava con tutti i mezzi possibili”. Si è visto. Oggi il leader della Lega Umberto Bossi ha risposto con un sonoro pernacchio alla presa di posizione di Roberto Formigoni sul decentramento dei ministeri al nord.  «La proposta della Lega diventa operativa con i voti del Parlamento, e senza i voti del Pdl è una proposta che non va lontano» ha dichiarato oggi il governatore lombardo, secondo il quale è piuttosto necessario «cambiare la politica dei ministeri, non la loro sede; si può fare subito basta che il prossimo Consiglio dei ministri approvi un pacchetto di misure economiche di stimolo alle imprese, alla ricerca e all’infrastrutturazione del Nord».

GOVERNO LACERATO. Ma è tutto il clima all’interno della maggioranza che si fa ogni ora più rovente. La proposta di trasferire a Milano alcuni ministeri, rilanciata oggi anche da Roberto Castelli come vecchio cavallo di battaglia della Lega, ha prodotto una vera e propria sollevazione in Renata Polverini e Gianni Alemanno, che proprio su questo argomento hanno chiesto all’unisono un incontro con il premier. Il sindaco di Roma oggi è stato molto attivo su questo fronte. Ha ribadito che lui offre «le più ampie rassicurazioni che il problema non si pone. Ma l’insistenza della Lega non può non destare preoccupazione» ed anche lui, in accordo con Formigoni, ha prospettato l’idea di un cambio di rotta nelle politiche della maggioranza.

TORNA LA LEGA DI LOTTA. L’impressione che si ha oggi, però, è che la Lega stia giocando alla rottura. La polemica sui ministeri al nord, infatti, giunge proprio nel momento in cui l’asse Pdl-Lega doveva offrire la più forte immagine di unità e non di divisione, in un momento in cui la maggioranza rischia seriamente di perdere l’amministrazione della città più produttiva del Paese. E così non è. Sembra come se la strategia bossiana e degli altri maggiorenti padani sia diretta a creare i presupposti per una rottura subito dopo il voto milanese. Lo stesso Ignazio La Russa ha oggi causticamente notato come «i milanesi non abbiano al centro dei loro pensieri il fatto che il ministero di Calderoli con dieci o quindici dipendenti sia a Milano o a Roma»; come a dire che l’argomento appare davvero secondario rispetto alla questione politica che una sconfitta a Milano porrebbe.

L’ASSE SCAJOLA-FORMIGONI. «Siamo allo sbando più totale» conferma un importante deputato pidiellino. Dentro il Pdl, oramai, è lotta senza quartiere. Si dice che lo stesso premier abbia dato l’incarico all’ex ministro Scajola di rivoltare il partito come un calzino subito dopo il risultato delle elezioni milanesi. Il plenipotenziario ligure sta aspettando sul greto del fiume il passaggio di numerosi cadaveri. Il suo obiettivo è quello di riconquistare il partito berlusconiano e porsi come ago della bilancia dei futuri equilibri. Più o meno lo stesso progetto che cova da anni Formigoni ed è per questo che molti ritengono i due in sintonia, anche se rivali. Berlusconi ed altri maggiorenti del Pdl si aspettano perfino la rottura con la Lega e una precipitosa corsa verso la crisi. A complicare le cose, poi, si commenta nel centrodestra, ci si mette anche l’Istat i cui dati sono allarmanti: in due anni, mezzo milione di giovani hanno perso il lavoro e il risparmio delle famiglie si è eroso per affrontare la crisi. Una situazione allarmante, anche dopo le analisi del Fondo monetario internazionale sulla fragilità della nostra ripresa. Di fronte a questo scenario, il Governo italiano si sta avviando velocemente verso una frattura. Forse insanabile.

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