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ROMA – Per il terzo giorno consecutivo, Sanaa è stata sconvolta da una vera guerriglia tra l’esercito del presidente in carica  Ali Abdallah Saleh e i miliziani dell’opposizione del capo tribale Sadik Al-Ahmar.
Gli scontri della notte, che avrebbero causato almeno 24 morti, sono stati scatenati dopo il tentativo degli insorti di prendere il controllo di alcuni palazzi pubblici tra cui quello dell’agenzia di stampa nazionale Saba e quello della compagnia aerea di bandiera, poi si sono spostati nella zona dell’aeroporto che è stato chiuso in serata.

Gli scontri nei pressi dell’aeroporto della capitale yemenita Sana’a sono “ancora in corso”, la mediazione per cessare i combattimenti “è finita” e il presidente Ali Saleh deve “andare via”: ha detto Sadek al-Ahmar che ha aggiunto: “il presidente Saleh ci porta alla guerra civile, i Paesi arabi devono fare pressioni perché se ne vada”, ha tuonato, facendo appello alle tribù yemenite perché lo sostengano contro il presidente, che “lascerà il Paese a piedi nudi”, dice Ahmar.
Intanto però il procuratore capo yemenita stamane ha ordinato l’arresto dei capi tribù “ribelli” della famiglia al-Ahmar, ed il governo ha comunicato, senza fornire dettagli, che la sede di una televisione legata all’opposizione è stata distrutta.

Sempre in mattinata una nuova deflagrazione è stata avvertitanel centro della città; secondo alcuni testimoni oculari l’abitazione dello sceicco al-Ahmar sarebbe stata colpita.
Secondo un comunicato del ministero dell’interno citato dall’agenzia Sheba, “i figli di al Ahmar e la loro banda hanno lanciato granate su molti abitanti nella zona di al Hasaba”. Una di queste ha centrato una casa, uccidendo quattro civili, tra cui una donna, ha fatto sapere il ministero.
Le autorità di Sana’a hanno fatto sapere che gli elementi tribali “non hanno ancora risposto all’appello del presidente a cessare i loro attacchi contro i membri delle forze di sicurezza e gli edifici pubblici”, addossando a loro “l’intera responsabilità delle conseguenze delle loro aggressioni”.
In un comunicato apparso sul suo sito web, il procuratore nazionale nazionale ha reso noto di aver ordinato l’arresto dello sceicco Sadek al-Ahmar e dei suoi nove fratelli.
Di fatto, gli abitanti della capitale cercano di allontanarsi, portando via con sé tutto quello che possono. Lunghe file di automobili, cariche all’inverosimile si allontanano da quello che è diventato, negli ultimi tre giorni, un vero e proprio campo di battaglia.

Questa mattina, secondo testimoni, l’aeroporto è stato riaperto.
Secondo alcuni osservatori la battaglia odierna rappresenta il vero passo verso una guerra civile, benchè per ora gli scontri si siano concentrati nella parte nord della capitale, dove i fedeli al potente capo tribale Sadiq al-Ahmar hanno tentato di impadronirsi di numerosi palazzi governativi, incluso il ministero degli Interni; lo Yemen è sempre più una polveriera con la miccia corta.
Secondo il presidente Saleh “ciò che sta accadendo, non sono altro che azioni provocatorie per trascinare il Paese verso una sanguinosa guerra civile”, per questo i suoi sostenitori scenderanno in piazza per manifestare durante il venerdì per confermare il loro sostegno a Saleh e per “condannare i crimini contro i loro diritti e la ribellione contro il Paese”.
Intanto il dipartimento di Stato Usa ha invitato tutti i diplomatici “non essenziali” a lasciare il Paese, ed in giornata è stato fatto evacuare l’intero organico diplomatico presente in città.
In linea con le scelte americane, anche l’ambasciatore d’Italia a Sana’a, Alessandro Fallavollita, ha annunciato che “tutte le ambasciate occidentali, soprattutto quelle europee, in coordinamento tra loro, hanno rinnovato la raccomandazione ai connazionali che non abbiano impellenti ragioni per restare nello Yemen di lasciare immediatamente il Paese con i voli commerciali, fino a quando questi voli saranno disponibili”, precisando che la stessa rappresentanza diplomatica italiana avrebbe già ridotto all’essenziale il suo personale.
Ieri il presidente Barack Obama aveva rilanciato la richiesta a Saleh di abbandonare il suo ruolo. Saleh in tutta risposta aveva dichiarato: “Non lavoriamo in base a un’agenda straniera, non prendiamo ordini dall’esterno. È un problema interno”.

L’opposizione ha dichiarato che le proteste si intensificheranno se Saleh non se ne andrà. Si teme che lo Yemen, già sull’orlo della rovina finanziaria, possa arrivare al fallimento rischiando di minare la sicurezza della regione e della vicina Arabia Saudita, il maggior esportatore di greggio al mondo.
Stati Uniti e Arabia Saudita, in un recente passato obiettivi di attacchi sventati da parte dell’ala di al Qaeda in Yemen, hanno cercato, fino ad oggi, di disinnescare la crisi e di bloccare l’avanzare dell’anarchia che potrebbe fornire ai militanti fondamentalisti islamici un maggiore spazio di manovra. Ma oramai sono tutti d’accordo che siano necessari dei provvedimenti contro il regime di Saleh, il quale ha avvertito che la sua uscita di scena sarebbe un favore ad al Qaeda, ma l’opposizione, di cui fa parte anche il partito islamico yemenita, lo accusa di sfruttare la questione per ottenere appoggio straniero e afferma che saprebbe combattere meglio i guerriglieri islamici.
Intanto giungono notizie che decine di uomini armati, che apparterrebbero ad al Qaeda, hanno compiuto un’incursione a Zinjibar, nella turbolenta provincia di Abyan, nel sud, costringendo alla ritirata le forze di sicurezza e facendo esplodere diversi edifici, così raccontano alcuni abitanti.
Si attendono nuovi sviluppi.

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