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ROMA – Come quei combattenti dell’esercito del Sol Levante che non si erano ancora resi conto della sconfitta contro gli americani, oggi gerarchi e gerarchetti della destra, con in testa il duce di Arcore, si dicono convinti di poter recuperare il consenso popolare e annunciano – forse per la ventunesima volta dal 1994 – la grande “riforma fiscale”.

L’ASSEDIO A TREMONTI. Paradossalmente, è proprio il ministro dell’economia a dover fare le spese di una campagna elettorale truculenta, palesemente perdente, ma che Berlusconi continua a rivendicare correndo verso il baratro. Lo stesso ministro Roberto Maroni ha esclamato: “Se continuiamo così, nel 2013 ci massacrano” non capendo che è la loro incapacità di governare l’Italia ad aver convinto gli elettori che il loro tempo è oramai passato. Come se il risultato delle elezioni amministrative fosse soltanto un incidente di percorso, ampiamente superabile, ora puntano il dito contro il responsabile del dicastero di via XX settembre ed invocano una riforma fiscale che, secondo loro, dovrebbe mettere le cose nuovamente a posto. Sono stellarmente lontani dal comprendere che il problema della destra oggi ha soltanto un nome: Silvio Berlusconi e che soltanto il suo rapido pensionamento può determinare una svolta in un elettorato oramai convinto che il ramo di azienda politica del cavaliere non abbia più nulla da dire al Paese.

IL CROLLO DELLA LEGA. Infatti, nonostante le ottimistiche dichiarazioni di Matteo Salvini, secondo cui a Milano la Lega avrebbe recuperato voti, la realtà ha evidenziato come proprio l’elettorato nordista abbia mostrato sfiducia verso Bossi e i suoi militari di complemento. La crisi della destra è quindi strutturale e non fa più riferimento soltanto ad un deficit momentaneo di consensi, ad un “voto di protesta”, come falsamente e subdolamente ha cercato di propagandare il perdente Gianni Lettieri, che a Napoli ha subito una delle più catastrofiche sconfitte che mai un candidato a sindaco abbia sperimentato fino ad ora. Il voto di domenica non è stato un “voto di protesta” ma uno spostamento complessivo dell’asse elettorale verso la sinistra (e nemmeno verso il “centro-sinistra”) che ha premiato candidati autorevoli ma al tempo stesso credibili, in alcuni casi più giovani e più convincenti, che hanno fatto, fra le altre cose, del tema centrale della legalità il loro cavallo di battaglia.

L’ANALISI DI BERSANI. In un contesto di macerie negate dalla destra, appare razionale e lucida l’analisi di Pierluigi Bersani: “Berlusconi si deve dimettere. Il Parlamento cerchi, in una fase molto stretta di poche settimane, la soluzione di una nuova legge elettorale. Dopo di che si va a votare” afferma il segretario del Pd, uscito vincente dalla tornata elettorale. Bersani centra il problema quando sottolinea come i seggi abbiano mostrato due elementi essenziali: “La fine della coalizione di governo e l’impotenza della sua azione”.

IL RAFFORZAMENTO DELLA SINISTRA. Ma non è soltanto il segretario democratico a potersi dire vincente, perché anche Nichi Vendola e Antonio Di Pietro (che oggi come oggi valgono circa il 14% dell’elettorato, cioè la metà esatta dei voti stimabili del Pdl) hanno dimostrato come l’emergere di candidati dal passato irreprensibile e dalla storia personale pulita, sia oggi un valore aggiunto nei seggi elettorali, perfino in ceti sociali che fino ad ora avevano creduto nel berlusconismo. A Milano, Pisapia ha messo a nudo le incapacità della destra e di personaggi come Letizia Moratti, garante degli equilibri della lobby dei costruttori e non delle esigenze dei cittadini della città più inquinata d’Italia.

UN NUOVO BLOCCO SOCIALE. È probabile che il 30 maggio si sia venuto coagulando in Italia un nuovo blocco sociale, che reputa possibile un’alleanza fra il moderatismo cattolico e liberale e settori emergenti della sinistra, legati alle giovani generazioni e che guardano alle rivolte del Maghreb, pacifiste e democratiche, come ad un patrimonio da non disperdere. Un’alleanza di tipo nuovo, come quella che, a fine Settecento, unì le Monarchie assolutistiche alle dottrine illuministe, portando l’Europa verso la realizzazione delle prime Costituzioni. Questo blocco sociale richiede la sepoltura politica di Berlusconi e un rapido oblio del suo sciagurato ventennio.

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