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ROMA – Se si andasse a votare adesso, il centro-sinistra (Pd, Sel, Idv, Altri) supererebbe di 2,3 punti percentuali il centro-destra (Pdl, Lega, Destra): 42,7 contro 40,3. Secondo i principali istituti di analisi delle intenzioni di voto il dato è oramai stabile da qualche settimana. Il terzo polo (Fli, Udc, Api, Mpa) raccoglierebbe l’11% dei suffragi. Si tratta del distacco più sensibile mai registrato fino ad ora a partire dalle elezioni politiche generali dell’aprile 2008.

La dinamica dei flussi elettorali verso i partiti mostra una forte caduta dei consensi del Pdl, che raccoglierebbe il 28,1% dei consensi, rimanendo comunque il partito più votato, contro il 26,2% dei “democrats” e una sostanziale tenuta della Lega, che comunque non supera il 10,2%. In realtà, su questi ultimi dati esistono discrepanze fra i vari istituti di ricerca. Ad esempio, Ipsos di Nando Pangnoncelli rileva una percentuale di scarto fra Pdl e Pd molto piccola: appena lo 0,3% a favore del primo (27,9% contro il 27,6%), segno comunque che i due partiti si stanno avvicinando sempre di più come catalizzatori di consenso. Una proiezione sui seggi attribuibili alle due coalizioni (dando per scontato una larga maggioranza del centro-sinistra alla Camera) assegnerebbe un divario piuttosto consistente a favore del centro-sinistra anche al Senato ma certamente non in grado di fornire alla nuova maggioranza quella sicurezza matematica necessaria a governare con tranquillità.

GOVERNO A PEZZI. Anche Silvio Berlusconi, nonostante i visi di circostanza, è consapevole della situazione non favorevole e starebbe spingendo nella direzione di una riformulazione di alcuni temi dell’agenda politica. La sua apparizione ieri, alla festa del 2 giugno, è stata la dimostrazione plastica del fossato che si è aperto fra lui e il resto dello Stato, soprattutto il Quirinale. A parte le insopportabili gaffe (non conoscendo l’etichetta fra governanti e capi di Stato, ha salutato come al Bar dello sport re Juan Carlos, per poi scusarsi) e gli inverecondi pisolini in tribuna, il premier sente di essere isolato anche a livello internazionale. Questa sarebbe stata la ragione, secondo quanto da lui stesso dichiarato, del suo irrituale abboccamento con Barack Obama, per raccontargli la favola della “dittatura dei giudici comunisti”, episodio che, secondo fonti diplomatiche Usa, ha acuito ancora di più lo steccato fra lui e l’amministrazione americana e starebbe all’origine perfino della non partecipazione alla cena presidenziale di ieri sera da parte del Cancelliere Angela Merkel, dello stesso Obama e del Presidente francese Sarkozy.

LE DIMISSIONI DI TREMONTI. Secondo indiscrezioni di alcuni uomini vicini a Giulio Tremonti, il superministro economico starebbe pensando seriamente in queste ore di dimettersi. La decisione potrebbe addirittura deflagrare prima della riunione dell’Ufficio di presidenza del Pdl, prevista per domani alle 18, durante la quale i gerarchi berlusconiani accuserebbero esplicitamente il superministro di aver fatto del dicastero di via XX Settembre un ufficio personale, senza alcun coordinamento politico. Oltre a ciò, a Tremonti verrebbe imputata la mancanza di quella necessaria flessibilità durante le competizioni elettorali, utile per non disperdere il voto degli elettori. Insomma, gli si addebiterebbe tutta intera la sconfitta alle elezioni amministrative. Nel Pdl si fa già il nome del sostituto, che sarebbe Renato Brunetta, considerato vicino alle posizioni berlusconiane. In questo modo si libererebbe la poltrona del ministero per la funzione pubblica e l’innovazione, che diventerebbe moneta di scambio da utilizzare per il finiano Adolfo Urso.

SCENARI INCERTI. Le dimissioni di Tremonti aprono però scenari molto incerti. L’uomo di Sondrio, com’è noto, nutre ancora della fiducia dei leghisti e di Umberto Bossi in particolare. Nessuno sa dire, al momento, come il Senatùr prenderebbe la notizia del defenestramento del superministro. Senza di lui, la Lega non avrebbe più una fondamentale sponda economica per il consolidamento del federalismo fiscale, né d’altra parte è pensabile che Berlusconi dia il benservito al divo Giulio senza averlo concordato con Bossi, memore della rovinosa esperienza libica. Un bel dilemma, che forse sarà sciolto domani alle prime ombre della notte.

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