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I Jackson 5. Racconto primo

Gary è una  città dell’Indiana, considerata tra le più liberali e tolleranti degli degli Stati Uniti: ha la più alta percentuale di persone afroamericane di tutta l’America ed è stata la prima ad avere un sindaco nero. A quaranta chilometri a sud-est di Chicago si affaccia sul lago Michigan, tuttavia non si può dire romantica e non si può invidiare: la sua storia ricorda quella dei villaggi industriali inglesi della  metà dell’ottocento. 

Ai primi del secolo scorso  si é formata come agglomerato di casette  che ospitavano gli operai dell’azienda siderurgica United States Steel Corporation e il suo nome deriva da  quello  del presidente della fabbrica, Mister Helbert H. “Gary”. In quella città temuta per l’alto tasso di criminalità Joe Jackson,  ex pugile nero e violento che non aveva sfondato nella boxe e che adorava la musica,  sposò Katherine, anche lei con il ritmo nel sangue, in secondo matrimonio. I due si stabilirono al numero 2300 della premonitrice Jackson Street in una casettina dove Joe, di professione gruista, a stento riusciva a sfamare una famiglia impegnativa. Undici persone   in tre stanze: nel 1949 nacque la primogenita Rebbie;  nel 1951 Jacki; Tito nel 1953; Jermaine nel 1954;  La Toya nel 1956;  Marlon  nel 1957. Il 29 agosto1958 vide la luce a Gary il loro settimo bambino Michael Joseph Jackson. In seguito ne sarebbero arrivati altri due.

***

La casa dove crebbe  Michael puzzava di panni sporchi, minestra e  stufato, risuonava delle grida dei piccoli Jackson, in mezzo a un lembo verde, era una “capanna dello zio Tom”  isolata dagli altri afroamericani perché mamma Katherine disdegnava che i figli giocassero con  i coetanei: i suoi li voleva speciali. Teneva il suo ultimogenito sulle ginocchia e per farlo addormentare gli sussurrava motivi come “Cotton fields” che  le ricordavano l’ infanzia. Ascoltandola il piccolo Michael  si sentiva rimescolare, la voce di mamma, la musica, erano così erotiche!

Quando ero bambino
Mia madre mi dondolava nella culla
Nel vecchio campo di cotone dietro casa

Tito accompagnava con la chitarra la ninna-nanna.  Michael Jackson si addormentava felice.

Era abitudine di “Jacko” – come poi fu confidenzialmente soprannominato –  Jackie e Jermaine, appropriarsi dello strumento del padre e suonarlo di nascosto. I due fratelli maggiori cantavano,  Michael agitava le gambe: Katherine guardando i suoi bambini si inorgogliva e in quei momenti quella vita faticosa sembrava la più desiderabile. Ma un giorno la chitarra sibilò e si udì uno schiocco. Tito abbassando gli occhi inorridì: una corda  era saltata. Si guardarono l’un l’altro con sgomento.
–    Papà ci ammazza… – sussurrò Tito

***

Joe Jackson ringraziava la domenica  perché poteva restare a casa,  rilassarsi e dedicarsi finalmente alla passione secolare che scorreva nel sangue della sua razza:  grato di  pizzicare le sei corde e intonare un motivo, inforcò la chitarra accarezzandola come una donna. La sua soddisfazione morì quando comprese che qualcosa non quadrava. Cercò i figli con gli occhi.
–    Chi è quel  disgraziato che l’ha scassata?!
Chiamò tutti a raccolta. Lo guardavano muti, schernendosi.
– Allora?! – urlò Joe
Tito impallidì e tremò tradendo la sua colpevolezza.  L’uomo lo acchiappò per le braghe e lo stese sul divano.
–    Lascialo – gridava Katherine –  non l’ha fatto apposta!
Suo padre lo colpì sulla schiena, sul sedere, in testa, sulle gambe, lo prese per un orecchio, gli fece fare il giro della stanza. Le urla furono udite dai vicini.
–    Lo ammazzi! –  scongiurava  la donna, i figli piangevano.
Poi  l’uomo si fermò folgorato. Silenzio palpabile.
–    Perché cavolo non mi avete detto che vi piaceva? – esclamò Joe
Nessuno rispose
–    Si può sapere perché non lo avete detto?
Troppo pericoloso azzardare una risposta. Allora  il padre si precipitò fuori casa, sparì per un quarto d’ora e tornò con una chitarra mai vista:
–    L’ho avuta in prestito… venite subito qui…. –
Gli andò incontro anche Michael  con passo incerto.
–    Via quelli col pannolino  – Joe lo scansò e tese lo strumento agli altri –  Tito, Jackie, Jermaine fatemi vedere cosa sapete fare…
Tremante Tito iniziò a suonare mentre i fratelli cantavano con lui. La faccia di Joe Jackson si illuminò riconoscendo in loro la promessa di quello che lui avrebbe voluto essere.
–    Vi regalerò gli strumenti  che usavo  quando stavo con il gruppo dei Falcons – disse calmo –  un sassofono, un bongo, tamburelli e altre chitarre… diventerete un complesso vero…

***

C’erano a Gary all’inizio degli Anni Sessanta posti fumosi,  seminterrati, cantine attrezzate a locali notturni frequentate da un pubblico ostile, squattrinato,  che male accoglieva gli artisti, dove Joe Jackson accompagnò Jackie, Tito e Jermaine perché si esibissero prima come “Jackson family”, poi come “Jackson Brothers”.  Di giorno i ragazzi andavano a scuola, la sera facevano le ore piccole. In quei locali era risaputo ci fossero anche ragazze compiacenti che arrotondavano offrendosi in natura. Mamma Katherine,  che nel 1963 era diventata testimone di Geova, quando tornava dal grande magazzino dove era cassiera,  avvertiva il marito:
–    Joe se oltre a scopare a destra e a manca mi rovini i ragazzi me ne vado!
Joe Jackson scrollava le spalle pensando che i suoi figli dovevano fare musica e avere il successo che lui non aveva avuto, poco importava come, se necessario a suon di sberle.

***

Il liceo Roosevelt che Jackie, Tito e Jermaine frequentavano a Gary nel 1966, a fine anno scolastico, come in America è tradizione, tenne una serata per musicisti dilettanti bandendo un concorso.  Papà Joe vi iscrisse subito i  figli, adesso in cinque. Si chiamavano Jackson 5: Marlon al tamburello, Tito alla chitarra, Jermaine al basso, Jackie e Michael cantanti. Il più giovane di tutti, di soli otto anni, era Jacko. La serata fu indimenticabile: Jermaine suonò il basso come un indemoniato, Tito alla chitarra fu esemplare. Quando i ragazzi si esibirono in “My girl”,  un classico dei Temptations, l’auditorium del Roosvelt andò in delirio per la vocina serica di Jacko. I fratelli Jackson vinsero il primo premio, tra osanna di amici e conoscenti che in cuor loro li preferivano a nomi noti.

A notte fonda mentre percorrevano in auto la via del ritorno  Joe Jackson commentò:
–    Non si può non vincere se ci si da dentro!
–    Quando salgo sul palco non ho più paura – disse Michael
–    Perché altrimenti ti caghi sotto? – rise Jackie
–    Nasone e cagone… – rincarò Tito.
Michael gli diede una spinta e sarebbe scoppiato a piangere se  il padre non avesse deviato il discorso:
–    Ragazzi, la nostra vicina ha trovato il nome giusto… il successo è dovuto anche a questo… Jackson 5 fa la differenza…

 

Jackson 5 – My girl

(continua)

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