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Riforma fiscale. Ora Tremonti vuole tassare le rendite finanziarie

ROMA – Dopo anni di dinieghi e di opposizione allo “stato di polizia”, il superministro dell’economia Giulio Tremonti ora pare che voglia uniformare la tassazione delle rendite finanziarie, mettendo fine a quello che è stato un vero e proprio, quasi incredibile, privilegio accordato dallo Stato ai ricchi.

Infatti, i proventi da capitale, cioè i redditi che derivano alle persone fisiche (non imprenditori) dall’impiego di una somma di denaro in azioni, obbligazioni di società ed altre partecipazioni sono attualmente soggetti ad un’aliquota del 12,50%, scandalosamente più bassa di quella pagata da un qualsiasi lavoratore dipendente (sia esso un operaio o un alto dirigente industriale) per il primo scaglione di reddito (15 mila euro): il 23%. Conseguentemente, 10 mila euro guadagnati da dividendi pagano 1.250 euro di imposta totale, mentre il secondo tipo di reddito 2.300. La ratio economica di una tale discriminazione non è stata mai chiarita. Perché un titolare di capitale deve contribuire alle spese dello Stato in misura così inferiore rispetto ad un lavoratore? Perché il risparmio, protetto da norme costituzionali al pari del lavoro (a quest’ultimo si ispira addirittura l’articolo 1 della nostra legge fondamentale), deve essere considerato dallo Stato un valore economico migliore di quello rappresentato dall’impiego a fini produttivi delle proprie energie fisiche e intellettuali? Perché il primo deve partecipare in misura inferiore alla “capacità contributiva” alla quale si deve rapportare il prelievo fiscale, come impone la Costituzione?

DOMANDE SENZA RISPOSTE. Questioni alle quali nessun Solone di “Libero” e del “Giornale”, né il superministro, sono mai riusciti a rispondere in alcun talk-show televisivo e tantomeno in alcun articolo o saggio specialistico. La ragione è semplice: non c’è alcuna ratio economica in grado di giustificare quel trattamento di favore se non uno smaccato, ancorché non dichiarato, bisogno di favorire i ricchi a scapito dei meno abbienti, come da sempre succede quando a governare è la destra berlusconiana. Non si deve essere laureati in economia per capire che il possesso di titoli di partecipazione o di credito riguarda quella cerchia di redditieri più in alto nella scala sociale e che lo stesso risparmio (inteso tecnicamente come reddito non consumato) è una categoria che la maggior parte dei lavoratori dipendenti non riesce, soprattutto in un periodo di crisi, ad accumulare. E se pure si vuole tutelarlo, non si comprende perché lo si debba fare in misura così superiore al lavoro e ai proventi che da questo scaturiscono.

L’ALTRO PRIVILEGIO. Ma i privilegi accordati ai rentiers nostrani non finiscono qui. I redditi da capitale non concorrono a formare la massa retributiva soggetta all’imposta personale, essendo colpiti da una “cedolare secca” a titolo definitivo. In altri termini, l’azionista paga il 12,50% e il suo conto con il fisco si chiude. Il lavoratore dipendente che, invece, svolge una professione o un qualsiasi altro lavoro autonomo, è costretto a sommare i suoi due redditi, che sono poi tassati con l’imposta progressiva. In termini secchi significa: il tuo lavoro lo tartassiamo, mentre il capitalista in panciolle dorme sonni tranquilli.

LA RETROMARCIA DI TREMONTI. Ma ora il superministro pare intenzionato a rimangiarsi quello che, con pervicacia degna di miglior causa, ha fino ad ora ribadito. Non sapendo più che pesci prendere per trovare i 40 miliardi necessari per la manovra economica, metterà le mani in tasca anche ai suoi elettori ricchi, dopo aver pensato a manomettere ancora una volta il sistema pensionistico, vero e proprio rifugio per un ministro come lui, da sempre attento alla tutela dei miliardari. Miliardari che comunque potranno continuare a pascersi nelle loro case di montagna o al mare, perché non sembra che il superministro voglia intraprendere anche azioni dirette alla limitazione dell’enorme evasione fiscale. Proprio nel momento in cui vari organismi internazionali spingono tutti i Paesi a prevedere l’abolizione del denaro contante nelle transazioni e ad utilizzare le carte di credito o i bancomat, l’attuale Governo è da sempre nella direzione opposta, avendo abrogato i provvedimenti presi a suo tempo dal governo Prodi in tal senso (divieto di pagamento in contanti oltre i 300 euro), per ripristinarli in parte (ora c’è il divieto ma oltre una soglia molto alta, 5000 euro). Ed è così che ristoratori, albergatori, professionisti vari riescono a denunciare il reddito che desiderano. D’altronde, bisogna pure comprenderli. Il canone annuale del rimessaggio delle loro barche costa un occhio e non si può nemmeno scaricare dalla dichiarazione dei redditi.

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