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Tremonti, ovvero l’inadeguatezza al potere

Il superministro, soprattutto dopo i guai giudiziari del suo principale collaboratore Marco Milanese, appare oramai incapace di governare l’economia italiana, che dopo dieci anni di potere, sta portando al collasso

ROMA – Silvio Berlusconi è letteralmente furente con lui. Ha detto: “Questa volta lo lasciamo andare, se vuole dimettersi si dimetta. Ma soprattutto: non lo difenderemo dalle accuse”. A far traboccare definitivamente la pazienza del magnate di Arcore sono state le ultime, incredibili accuse del ministro economico. Proprio sul suo strumento, la televisione, il tributarista di Sondrio ha affermato che non poteva più dormire in una caserma della Guardia di finanza perché si sentiva spiato. E che per questo aveva accettato la “ospitalità” del suo fido Marco Milanese, una “ospitalità” che però gli costava ben quattromila euro mensili.

UN MINISTRO CHE NON PUÒ FARE IL MINISTRO. Di fronte ad una situazione del genere, qualsiasi italiano sensato si dovrebbe convincere che un governo affetto da tali contrapposizioni, inimicizie e diffidenze è meglio rottamarlo piuttosto che votarlo. Ma è soprattutto la situazione personale di Giulio Tremonti a suscitare perplessità. La persona non ha mai avuto molti estimatori, se non all’interno del Pdl e della Lega e non in quantità industriali. Il mondo economico lo considera un estraneo (Brunetta: “Io sono un economista, non certo lui”) e Tremonti stesso, alcuni anni fa, ad un incauto ed incolto giornalista che gli affibbiava una competenza economica, rispose: “Non sono un economista ma un avvocato”. Ora, la questione non è senza importanza perché soltanto un avvocato tributarista come Tremonti, una volta occupata la poltrona che fu di Quintino Sella, avrebbe potuto pensare di risolvere i problemi di bilancio dello Stato con i condoni e gli scudi fiscali. Più nello specifico: soltanto un avvocato tributarista come Tremonti avrebbe potuto pensare alla necessità di tagli lineari alla spesa pubblica e a clausole di salvaguardia “tagliole” che, privando di una parte del reddito una parte considerevole dei cittadini, contribuiscono a indebolire ancora di più i consumi e la domanda aggregata, impedendo qualsiasi ipotesi di crescita economica.

IL CONFRONTO CON PADOA SCHIOPPA. Tremonti ha finito per incarnare la “filosofia” economica berlusconista, che può essere riassunta in questo modo: difendere a tutti i costi gli interessi della casta e degli evasori, scaricando quelli collettivi. Esattamente come da sempre fa qualsiasi avvocato, lautamente pagato dai suoi clienti per difenderli dalla controparte, costi quel che costi. Il confronto con i suoi predecessori è per lui imbarazzante: il gentiluomo Padoa Schioppa era uomo di principi e di grande competenza dottrinale (economica). La sua “spending review” era l’esatto contrario delle prassi introdotte dal tributarista di Sondrio, consistendo in una revisione continua della spesa pubblica rapportata al suo grado di efficienza: se produce risultati, in termini di redditività, si lascia così com’è, altrimenti si taglia (il metodo lo introdusse Carlo Azeglio Ciampi agli inizi degli anni Novanta). Per non parlare di Vincenzo Visco, rappresentato come vampiro dai veri vampiri della destra. Se fosse rimasto lui come responsabile delle politiche finanziarie e di bilancio, a quest’ora il bilancio dello Stato avrebbe già raggiunto il pareggio (e non in un ipotetico 2015, come vagheggiato dal tributarista di Sondrio) e gli evasori avrebbero pagato più tasse, senza alcun condono o scudo premiale.

INADEGUATO, O MEGLIO “UNFIT”. Insomma, un ministro inadeguato o, come scrisse l’Economist a proposito di Berlusconi, “unfit”, cioè inadatto a governare una macchina pubblica come quella del principale ministero economico. A prescindere dalle “leggerezze” dei suoi comportamenti privati (pagare un subaffitto senza farlo emergere, come imporrebbe una legge che lui stesso ha introdotto), è un fatto che, con lui a via XX settembre (ed oramai sono più di dieci anni), l’Italia abbia subito i peggiori tracolli economici. Nel 2001-2006, dove pure fu sostituito per circa un anno per volere di Gianfranco Fini, disse che a danneggiare l’economia italiana era stato l’attacco alle Torri gemelle, anche quando la crisi scaturita dal terrorismo alqaedista era terminata per tutti gli altri Paesi del mondo in piena ripresa. Dopo il 2008, insieme al facondo premier, ha ripetuto che il nostro Paese non era in crisi e che comunque ne sarebbe uscito meglio degli altri. Oggi stiamo per precipitare nel baratro greco e spagnolo. Ecco perché si sta sempre più facendo strada l’ipotesi che una sua sostituzione sul ponte di comando della politica economica potrebbe essere salutare per i mercati, al contrario di quanto cerca di far credere lo stesso Tremonti (“Non mi posso dimettere, perché i mercati si scatenerebbero contro l’Italia”). L’inadeguatezza tremontiana: è proprio questo il principale pericolo che corriamo, continuare ad affidare il nostro futuro economico ad una persona che, fino ad ora, lo ha compromesso e rischia di poter fare ancora peggio nei prossimi mesi.

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