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Crollo e black out delle Borse. Wall Street spinge in giù i mercati

ROMA – Ennesimo crollo delle Borse europee, fra le quali quella italiana sicuramente sarebbe stata la paggiore se un pesante black out non avesse impedito di rilevare l’indice di chiusura. Le altre piazze europee hanno registrato perdite superiori al 3%. Perdite record, oltre il 10%, per Fiat e Banca Intesa e di poco inferiori per Unicredit ed altri titoli guida. Effetti, certo, della caduta che ha registrato oggi Wall Street ma è anche impossibile non collegare in qualche modo la reazione dei mercati al discorso di Berlusconi in Parlamento che avrebbe dovuto rassicurarli. Fra le poche certezze che si possono nutrire in questi giorni è che la situazione economica è difficile a livello internazionale ma il Governo italiano è assolutamente inadatto, con il suo leader oramai poco credibile e un ministro dell’economia coinvolto in una inchiesta giudiziaria su un suo stretto collaboratore, a predisporre gli strumenti per contenere i rischi di default.

GLI ERRORI DI INTERPETAZIONE. Eppure, nonostante queste evidenze, analisti ed editorialisti – come Sergio Romano e Massimo Cacciari – si affannano a ripetere che l’andamento delle Borse è irrazionale e punta a demolire l’euro. In questa prospettiva di interpretazione non si comprende allora perché lo spread (cioè il differenziale) fra titoli di Stato italiani e tedeschi a dieci anni continui a salire. Cos’altro può dimostrare il divario fra la propensione all’acquisto dei titoli con i quali i due Stati finanziano le proprie spese se non che i risparmiatori non credono nella solidità finanziaria dell’Italia mentre scommettono su quella della Germania?

IL GOVERNO INCONTRA LE PARTI SOCIALI. Alla disperata ricerca di un consenso unanime sulla salvezza della propria maggioranza, oggi il Governo ha incontrato a Palazzo Chigi le parti sociali. Al vertice hanno partecipato, oltre al premier, i ministri Romani, Sacconi, Tremonti, Calderoli, Brunetta, Matteoli, Fitto, Gelmini, Romano e Gianni Letta. Per le parti sociali erano presenti il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, i leader sindacali Bonanni, Angeletti, Camusso, Giovanni Centrella, oltre ai rappresentanti di “Rete Imprese” e di altre associazioni che hanno firmato, alcuni giorni fa, l’appello per la crescita e il presidente dell’Abi Giuseppe Musseri. La leader della Cgil ha illustrato i cinque punti che le parti sociali chiedono all’Esecutivo per la crescita economica: 1) costi della politica; 2) fisco; 3) energia; 4 municipalizzate; 5) infrastrutture. La stessa Susanna Camusso ha sottolineato che  le parti sociali hanno «molti punti in comune» sui temi della crisi economica, e sulle proposte da fare al governo per la crescita. Mentre resta qualche distanza rispetto alla posizione della Cgil «sul giudizio sulla manovra economica e sul tema delle privatizzazioni».

SOLUZIONI DUBBIE. Ma tutto sfuma in una nebbia persistente. Il Governo si è detto d’accordo con le proposte, lo stesso Berlusconi ha chiarito che soltanto con uno sforzo comune è possibile uscire dalla crisi ma non si capisce, ora come ora, come e in che modo Palazzo Chigi sarà in grado di soddisfare anche una delle richieste delle parti sociali, dopo tre anni di immobilismo. Ad esempio, in materia di fisco, ci si chiede come possano mai conciliarsi le pressanti richieste di Confindustria e sindacati di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e le imprese con le esigenze dei conti pubblici e, soprattutto, con l’impostazione tremontiana dei condoni fiscali che favoriscono soltanto gli evasori storici e la scarsa attenzione alle esigenze del popolo del lavoro subordinato.

STIMOLO ALLA DOMANDA. Nonostante le critiche di economisti come Michele Boldrin, che ieri su “Il Fatto” stigmatizzava il ricorso a politiche keynesiane per invertire la rotta, la vera questione di politica economica per il nostro Paese rimane oggi quella che ruota intorno al potere di acquisto di salari e stipendi e alla ripresa degli investimenti delle imprese. Qualsiasi ipotesi di crescita economica appare subordinata ad un maggior potere di acquisto degli italiani. Stime provvisorie hanno calcolato che, sulle autostrade italiane, abbiano circolato il 40% in meno di autovetture verso le destinazioni vacanziere, segno che le famiglie italiane hanno tagliato i consumi tradizionali legati al periodo di ferie. Non c’è dato migliore per illustrare dove risieda il problema della crescita economica oggi nel nostro Paese e, al tempo stesso, mettere da parte le fumisterie di economisti controcorrente e editorialisti poco avvertiti, mentre la società langue in maniera drammatica in attesa di un autunno che annuncia venti di tempesta.

LE CRITICHE DELLA STAMPA BRITANNICA. Il discorso del premier Silvio Berlusconi alla Camera sullo stato dell’economia italiana ha raccolto sulla stampa britannica giudizi prevalentemente negativi. Il Times titola ‘Il futuro dell’Italia è nelle loro mani. La domanda è: sono mani sicure?’, il Guardian invece ‘Berlusconi non riesce a fermare il panico crescente dinanzi ai mercatì. Ugualmente critico l’Independent, secondo il quale Berlusconi «non ha convinto i mercati» e il suo discorso «mancava di idee nuove». Valutazioni analoghe sulla stampa francese. «Il problema italiano? Silvio Berlusconi»: titola un editoriale pubblicato su Le Monde, secondo cui «dopo l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, l’Italia è diventata l’anello debole dell’Europa e una delle principali fonti di nervosismo – e di speculazione- dei mercati finanziari». Anche il quotidiano economico Les Echos, scrive oggi che le due principali debolezze dell’Italia sono il debito pubblico colossale e una classe politica che «sembra incapace di prendere le misure che rimetterebbero il Paese sulla via di una crescita più sostenuta». «Berlusconi – conclude il quotidiano – è implicato in così tante vicende dubbie che sarebbe già stato cacciato dal potere in qualsiasi altro Paese».

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