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Crisi. Come al solito, si sforbiciano le pensioni ma la Lega stoppa Tremonti

ROMA – Qualcuno dubitava del fatto che l’attuale maggioranza di centro-destra avrebbe pensato all’ennesimo taglio delle pensioni per risanare i conti pubblici e rispondere al diktat dell’Europa? Dalla riforma Dini del 1995, praticamente i pensionati italiani sono stati i soggetti più massacrati nel nostro Paese, con almeno tre riforme generali e vari ritocchi quasi annuali, che ne hanno fatto la categoria più colpita dalla crisi, quella che ha finito per pagare di più i cataclismi prodotti dai mercati finanziari.

PENSIONI D’ANZIANITÁ. In queste ore di superlavoro la fervida fantasia del superministro economico Giulio Tremonti e dei suoi tecnici sta pensando nuovamente ad una stretta, mirata essenzialmente alle pensioni di anzianità. Oggi il governo incontra le parti sociali e giovedì Tremonti riferirà alle Commissioni affari costituzionali e bilancio nei due rami del Parlamento. La soluzione che l’Esecutivo potrebbe adottare è un blocco temporaneo delle pensioni di anzianità per due anni, anche se il ministro Sacconi ha smentito tale ipotesi: “Allo stato non c’è nulla a questo proposito. Guarderemo insieme alla sostenibilità dei conti previdenziali che certamente nel medio-lungo sono a posto, e nel breve termine ne faremo una verifica con le parti sociali”.

PATRIMONIALE. L’ipotesi di una tassazione straordinaria sui patrimoni non è affatto scartata, anche se Berlusconi in persona la vede come la peste. Secondo i calcoli del centro-destra una decisione del genere avrebbe conseguenze depressive, mentre comprimere sempre di più salari, stipendi e pensioni non avrebbe effetti sul ciclo economico. Ma forse si tratta proprio di un problema di scarsa conoscenza della teoria economica. O, molto più sicuramente, del fatto che un governo di ricchi deve difendere per forza di cose il proprio ceto sociale. In ogni caso, sta facendo capolino l’idea di una tassazione sulle seconde case e, addirittura, il ritorno all’Ici anche sulla prima casa, che fu il cavallo di battaglia del Cavaliere trionfante nel 2008, una delle decisioni che, privando della prima entrata i Comuni italiani, ha contribuito pesantemente al dissesto dei conti pubblici. Ieri il sindaco di Verona Flavio Tosi ha sottolineato la necessità di colpire i grandi patrimoni e i redditi superiori ai 100-200 mila euro, ma non si sa se questa sia la posizione ufficiale della Lega, che però si è schierata subito contro l’ennesima riforma delle pensioni.

RENDITE FINANZIARIE. Dopo più di due anni in cui molti analisti economici invitavano il governo ad uniformare l’imposizione sui redditi di capitale, alcuni dei quali (azioni, obbligazioni, titoli di Stato) sono colpiti da un’imposta molto bassa (12,5%), ora i cervelli tremontiani pare si siano convinti ad adottare questa soluzione. L’aliquota sarebbe del 20% e, quindi, la tassazione dei depositi bancari scenderebbe (ora è al 27%), mentre salirebbe quella dei guadagni di borsa, con esclusione di Bot, Cct e Bpt, che resterebbero con la vecchia aliquota per non alimentare su di loro ulteriori tensioni.

PRIVATIZZAZIONI. Il capitolo più spinoso e controverso è proprio quello delle privatizzazioni, punto centrale della lettera di comando inviata dal vertice della Banca centrale a Palazzo Chigi. Secondo un articolo pubblicato su “Il Fatto”, Berlusconi in persona sarebbe molto contrario a vendere i gioielli dello Stato (si pensi a Poste italiane, a Finmeccanica, Enel, Rai, ecc.) perché lui non potrebbe partecipare all’acquisto, favorendo in questo modo imprenditori come Carlo De Benedetti, da poco foraggiato con i 540 milioni di euro di risarcimento per la vicenda Mondadori. Se così fosse, ancora una volta si paleserebbe l’enorme conflitto di interessi che blocca qualsiasi azione del suo governo e che avrebbe dovuto indurre il sistema italiano a impedirgli di accedere a qualsiasi carica pubblica.

LIBERALIZZAZIONI. Anche sul fronte delle liberalizzazioni il governo non sa che pesci prendere. Nei tre anni trascorsi dal 2008 ha semplicemente cancellato quel poco che aveva previsto il governo Prodi (le lenzuolate di Bersani), quindi non sembra molto attrezzato per rivitalizzare una riforma in tal senso. Ieri, il presidente dell’Antitrust ha notato che “in Italia per aprire una società servono minimo diecimila euro, in America 50 dollari e in Inghilterra 25 sterline. Questa è una norma che si deve abolire per ottenere una grande liberalizzazione” . Un tributarista come Tremonti lo dovrebbe sapere.

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