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La manovra degli incapaci. Ora colpiscono gli evasori e aboliscono le province

ROMA – Leggendo le anticipazioni sulla manovra che questa sera è stata approvata dal consiglio dei ministri si ha una dimostrazione lampante – qualora ce ne fosse ancora bisogno – dell’inadeguatezza di questa maggioranza e di questo governo. Ci voleva un Paese sull’orlo del baratro e due anni di grida d’allarme degli economisti e delle forze politiche di opposizione perché il tributarista Giulio Tremonti si accorgesse della necessità di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e inasprisse le sanzioni per i negozianti che non emettono lo scontrino (i cui esercizi potranno ora essere chiusi d’autorità alla prima verifica). Come ciò si possa accordare con la norma appena varata in base alla quale un commerciante che ha subito una verifica fiscale non può riceverne una seconda nei sei mesi successivi lo stesso tributarista dovrebbe ora spiegarlo agli italiani.

Non solo. Dopo aver abolito, appena insediatosi a via XX settembre, la tracciabilità dei pagamenti voluti da Visco nel 2007 e dopo aver accusato di ogni nefandezza l’allora viceministro del Pd, ora  abbassa nuovamente la soglia oltre la quale i pagamenti non possono essere fatti più in contanti (2.500) euro, dimostrando a tutti che proprio Visco e il governo Prodi avevano imboccato il sentiero giusto. Senza il governo della destra, oggi il bilancio statale avrebbe maggiori entrate per aver sconfitto o limitato l’evasione fiscale.

Una serie di misure che andavano prese tre anni fa, come l’abolizione delle province, sono state varate proprio in dirittura del default o come i costi generali della politica, che sembrano comunque tuttora troppo deboli e troppo spalmati nel tempo.

Ed ancora. In materia di tassazione delle rendite finanziarie, l’opposizione di centro-sinistra insisteva da circa due anni per abolire una delle più incredibili discriminazioni ai danni dei redditi da lavoro, che venivano tassati molti di più rispetto a quelli di capitale. Dopo aver trascorso 24 mesi a ripetere che non si poteva colpire il risparmio (ma il lavoro sì), Tremonti ora ha dovuto chinare il capo, con una giravolta a 360 gradi, uniformando la tassazione al 20% per tutti i proventi da capitale, anche qui perdendo tempo e gettito preziosi a causa della sua ostinazione e della sua alterigia.

Un governo di incapaci che, dal 2009, ha ripetuto che l’Italia non avrebbe sentito i morsi della crisi, che il sistema era solido, che non c’era bisogno di finanziarie pesanti, ora ne ha prodotte due, a distanza di quindici giorni, per un totale di oltre 90 miliardi. E soltanto sotto la pressione della Banca centrale è riuscito a colpire anche gli evasori fiscali e i lavoratori autonomi, inasprendo la tassazione sui redditi dei ricchi, evitando di colpire, come si temeva, ancora una volta i lavoratori dipendenti e i pensionati. Ma nulla di tutto ciò può essere lodato. Siamo di fronte ad una maggioranza che è in grado di arrecare soltanto danni al nostro Paese, come questa difficilissima estate sta mostrando in tutta evidenza. Il loro tempo è scaduto perché sta scadendo quello del Paese intero.

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