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Partito democratico. Il caso Penati su un piatto d’argento alla destra del malaffare

ROMA – Certo, il nome è tutto un programma: Penati, come gli dei del focolare domestico nell’antica Roma. Se poi si va a guardare all’etimologia, si scopre che deriva da “penus”, cioè “cibo”, ciò di cui l’uomo si nutre. Proprio un problema di “nutrimento” quello che sta assillando l’ex presidente della provincia milanese, nonché ex capo della segreteria politica del leader Pierluigi Bersani. Secondo l’inchiesta della procura di Monza, Penati era al centro di un vorticoso giro di tangenti, che diversi imprenditori hanno dichiarato di avergli liquidato. Non solo: i magistrati stanno indagando per sapere se almeno parte di quei soldi non siano finiti addirittura a Roma, quindi al Pd nazionale e, a quello che si sa, i sospetti sono assai forti.

ORA LA DESTRA STA INZUFFLANDO IL BISCOTTO in questa torbida vicenda, con titoli di scatola sui loro giornali di regime e una totale assenza di vergogna. Alessandro Sallusti ha avuto la faccia tosta di prendersela con la prescrizione, cioè la legge ex Cirielli voluta e votata dal Pdl per salvare Berlusconi da numerosi reati accertati ma non perseguiti, che evidentemente ha salvato dal carcere anche Filippo Penati (reato compiuto nel 2004, quindi prescritto). Se non si fossero dimezzati i tempi di prescrizione (che per la corruzione semplice erano uguali alla concussione, cioè 15 anni), l’alto esponente del Pd ora sarebbe in carcere, come desiderato dai garantisti a corrente alternata alla Sallusti.

MA QUESTO NON TOGLIE NULLA all’evidente imbarazzo dei vertici del Pd, interpretato alla perfezione dal governatore toscano Enrico Rossi intervistato da “Il Fatto”: “Penati deve dimettersi da qualsiasi incarico pubblico. Non basta prendere le distanze dal Pd, servono anche le dimissioni dal consiglio regionale: lui è stato eletto nelle liste del Pd, che ha fatto dell’etica la sua ragione di vita”.

IL PROBLEMA È CHE IL PD NON RIESCE AD USCIRE da quella sorta di cortocircuito che lo ha attanagliato nei diciassette anni di terribile berlusconismo. Ogni volta che il magnate di Arcore e la sua cricca sono sull’orlo del baratro, in un modo o nell’altro, è riuscito a porgere un salvagente alla sua disfatta. Come ai tempi della Bicamerale, l’inconcludente strategia dalemiana per istituzionalizzare il proprietario di un impero televisivo ed editoriale titolare del più grande conflitto di interessi della storia politica mondiale, anche adesso il più forte partito di opposizione rischia di limare gli ampi margini di vantaggio che, secondo i sondaggi, lo danno vincente nella prossima tornata elettorale.

INSOMMA LA “QUESTIONE MORALE” DI BERLINGUERIANA MEMORIA sembra ritorcersi contro gli eredi di quel pensiero e di quella prassi, fornendo materia pensante alla destra del malaffare, da decenni impegnata non a mostrare la sua pulizia etica ma a cercare di convincere gli italiani “che rubano tutti, anche la sinistra, quindi…”. È la via craxiana alla mistificazione politica permanente, perché anche il leader socialista ritenne doveroso e coraggioso denunciare, nel famoso discorso parlamentare dell’aprile 1993, non la sua onestà ma la disonestà collettiva di una classe politica e quindi la necessità di una impunità generale.

MA PROPRIO IN UN CONTESTO DEL GENERE è necessario rimarcare la differenza fra la sinistra e “questa” destra, fra un popolo di elettori vessato dal berlusconismo (operai, impiegati statali, insegnanti, invalidi, poveri) e un altro che vive di evasione fiscale e di “affari” premiati con gli scudi protettivi. Proprio in un contesto del genere è necessario ribadire che personaggi alla Filippo Penati, come denuncia Enrico Rossi, non appartengono alla cultura e alle lotte della sinistra e che per questo è necessario allontanarli per sempre, dopo aver richiesto la rinuncia alla prescrizione e l’accertamento della verità giudiziaria.

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