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Le ragioni del “No” di “Legamjonici” di Tempa Rossa a Taranto

TARANTO –  Il direttore dello stabilimento Eni di Taranto, Carlo Guarrata, lo aveva ripetuto: “ Tempa Rossa non inciderà sull’impatto ambientale” . Aveva trovato terreno fertile nella Triplice (Cgil, Cisl e Uil), richiamata da Federico Pirro dalle pagine di “Taranto Sera”.

Ma i motivi del “no” al progetto “Tempa Rossa” e la polemica con le istituzioni, finalmente emergono dalle parole di Daniela Spera, responsabile di Legamjonici, . «Non è stata presa in considerazione la valutazione di Arpa Puglia sull’aumento delle emissioni diffuse e fuggitive nello Studio di impatto ambientale, l’impatto dell’opera. «La manipolazione di greggio, la costruzione di due serbatoi della capacità di 180.000 m3, la possibilità di sversamento di tossici in atmosfera e in ambiente marino sono ipotesi da prendere in seria considerazione e necessitano di una più attenta analisi, in quanto fenomeni che espongono la popolazione a rischio di incidente rilevante. Un iter passato nel più totale silenzio e senza alcuna partecipazione del pubblico». La città di Taranto non dispone, pur essendo un sito da tempo dichiarato a rischio di disastro ambientale, di un registro sanitario aggiornato che raccolga i dati di tutte le patologie di tipo oncologico e non oncologico, tra l’altro elencate come effetti potenziali dallo stesso Studio di Impatto Ambientale.

 

A questo punto, non risulta chiaro secondo quali parametri si sia potuto ottenere parere positivo dal Ministero dell’Ambiente. Inoltre non viene effettuata alcuna valutazione sull’impatto marino, nonostante sia previsto il monitoraggio del target ‘qualità delle acque marine e sedimenti marini’. Tale impatto necessita di una piu’ attenta valutazione, dato l’aumentando del traffico di petroliere nel Mar Grande.Tre, dunque, le richieste da Legamjonici: che il Ministero dell’ Ambiente proceda alla revoca in autotutela del decreto di compatibilità ambientale relativo al progetto Tempa Rossa, che venga indetta, ai sensi dell’ art.24 comma 6 del dlgs 152/2006, un’inchiesta pubblica per l’esame dello studio ambientale, e che si proceda affinchè in sede giurisdizionale, si giunga all’annullamento del pronunciamento di compatibilità ambientale. Ma la questione Eni riguarda anche la centrale a metano della potenza di 240 Mw che andrà a sostituire solo in parte una centrale da 89 Mw ad olio combustibile, il resto servirà all’Eni per la vendita di energia sul territorio nazionale.  Luciano Santoro (consigliere provinciale PD) Luigi D’Isabella (segretario generale Cgil Taranto), Giancarlo Turi (segretario generale Uil Taranto) e Gianni Cataldino (vice sindaco di Taranto) sono stati gli interlocutori di un incontro che li ha visti d’accordo sulla promozione della nuova centrale e ostili nei confronti degli ambientalisti ai quali il dietro-front del sindaco, Ippazio Stefàno, proprio non va giù: il suo via libera all’ENI, che con la nuova Centrale Enipower potrà aumentare fino al 276% le emissioni di CO2 (gas serra) e da 70 fino a 350 tonnellate le emissioni di monossido di carbonio (inquinante). Ha sottolineato la Spera: ”un veleno per il sistema cardiocircolatorio dei tarantini”.

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