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Se su Bankitalia aleggia lo spirito di Federico Caffè

 

Anche Ignazio Visco, neo-governatore della Banca d’Italia,  come Mario Draghi, fu allievo di Federico Caffè alla facoltà di Economia della “Sapienza” di Roma. Ai giovani studenti di oggi e ad un’opinione pubblica in larga parte narcotizzata da venti anni di berlusconismo, il nome di Caffè tutt’al più ricorda un caso di cronaca nera. L’autorevole professore di politica economica, già consulente della banca centrale e fine editorialista de “Il Messaggero” e de “Il Manifesto”, la mattina del 15 aprile 1987, si alzò presto come faceva di solito, lasciò le sue cose sul tavolino (compreso il portafoglio) ed uscì da casa senza mai più tornarvi. Il suo corpo, a distanza oramai di venticinque anni, non è mai stato rinvenuto. Una morte presunta, che lasciò nella disperazione i molti suoi allievi che, nonostante il suo pensionamento, si nutrivano ancora della sua immensa intelligenza e del suo rigore morale.

Ma di Caffè, un uomo integerrimo, ex azionista, convinto assertore delle politiche keynesiane di sostegno alla domanda ma soprattutto di una doverosa azione dello Stato nei confronti dei deboli, si sarebbero perse del tutto le tracce intellettuali se al governo di Palazzo Koch non si alternassero alcuni dei suoi migliori allievi. Mario Draghi, neo-governatore della Banca centrale europea, è stato fra i pochi a sostenere la protesta degli indignados romani, condividendo le paure delle giovani generazioni precarie che non hanno futuro. Ignazio Visco è il più consolidato assertore degli investimenti nell’istruzione, che stimolerebbero un aumento del Pil non inferiore al 5%, con ciò mostrandosi implicitamente critico verso i criminali tagli compiuti in questi anni da Giulio Tremonti e da Maria Stella Gelmini.

L’attuale governo ha fatto di tutto per lesionare l’unico monumento nazionale dell’autonomia di pensiero in campo economico, con una miserabile pantomima fra il ministro economico e Berlusconi, che ha bruciato senza scampo l’altro pretendente al soglio di via Nazionale, il direttore generale Fabrizio Saccomanni. Se oggi su Palazzo Koch aleggia lo spirito di Federico Caffè non si deve certo al governo degli incapaci, che sono il suo esatto contrario, ma a Giorgio Napolitano e alla sua saggia moral suasion.

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