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Talassemia, metanalisi evidenzia insufficienza di dati a supporto di terapia combinata

Lo studio, guidato dal prof. Aurelio Maggio, ha comparato l’efficacia di diverse terapie ferrochelanti su 1520 pazienti inclusi in trials di elevata qualità

ROMA – Le persone affette da talassemia possono oggi avere un’aspettativa di vita quasi comparabile a quella dei soggetti sani, a patto però che si sottopongano a trasfusioni fin dalla prima infanzia e che tengano sotto controllo gli accumuli di ferro negli organi – principalmente cuore e fegato – attraverso una opportuna terapia ferrochelante. E’ noto, infatti, che una delle maggiori conseguenze della terapia trasfusionale è l’accumulo di ferro. La terapia ferrochelante serve proprio a ridurre o almeno rallentare la formazioni di questi depositi. Oggi ci sono a disposizione dei pazienti ben tre ferrochelanti differenti: la deferoxamina (farmaco di Novartis), il deferiprone (commericializzato in Italia da Chiesi) ed il deferasirox (anche questo di Novartis). La disponibilità di tre farmaci differenti permette oggi di porre in essere diversi schemi terapeutici, anche in relazione alle condizioni cliniche del paziente, sia utilizzando un solo prodotto (monoterapia) che utilizzandone due nello stesso giorno o due a giorni alternati. L’usoo “off-label” del deferiprone in combinazione o in modalità alternata sequenziale con la deferoxamina è abbastanza diffuso e consolidato dopo la comparsa in letteratura di diversi dati che ne evidenziano un’azione sinergica, in particolare con beneficio contro gli accumuli di ferro nel cuore.      Su quale siano gli schemi che producono gli esiti migliori nei pazienti è cosa che necessita ancora di un chiarimento; solo dando una risposta a questi interrogativi possono essere realizzate delle linee guida diagnositico – terapeutiche per l’utilizzo dei ferrochelanti. Per questo un team di ricercatori guidato dal prof. Aurelio Maggio, direttore dell’Unità di Ematologia dell’Ospedale Vincenzo Cervello di Palermo, ed uno tra i maggiori esperti di talassemia, ha voluto condurre una metanalisi – in pratica, uno ‘studio sugli studi’ – che riassume i dati provenienti da sperimentazioni cliniche condotte in precedenza e che rispondano ad elevati standard di qualità.

Dopo una lunga selezione tra diversi trial clinici randomizzati – partita da un gruppo di ben 541 studi individuati – solo 16 sono stati utilizzati, molti altri sono stati scartati perché non rispondenti agli standard qualitativi. Questi 16 trials avevano coinvolto un totale di 1.520 pazienti di età compresa tra i 5 e i 50 anni di età. Per questo studio di revisione sistematica è stato utilizzato anche un sistema di GRADE – Grading of Recommendations Assessment, Development and Evaluation per riassumere i prodotti degli studi e dare una stima della qualità complessiva dell’evidenza.   

I risultati, in termini di otucome dei pazienti, sono stati valutati secondo 6 criteri diversi.
Il primo è il valore della frazione d’eiezione. Per questo valore i risultati sono stati sensibilmente migliori nei pazienti che assumevano una terapia combinata con deferiprone e deferoxamina rispetto a quelli trattati in monoterapia. Tuttavia il ‘GRADE’ concernente la qualità dell’evidenza era basso.
Per quanto concerne la concentrazione di ferro intraepatico si nota subito come nei due studi che rilevano questa valore la valutazione sia stata fatta con due metodi differenti. Anche qui in genere i risultati migliori erano dati dalla terapia combinata tra deferiprone e deferoxamina ma, come nel caso precedente, il GRADE di evidenza è molto basso.

La concentrazione di ferro intracardiaco è poi stata valutata attraverso la nuova tecnologia della risonanza magnetica T2 Star in due studi differenti. Mentre nel primo non sono state rilevate differenze considerevoli tra i due gruppi nel secondo, in cui veniva comparata la terapia sequenziale alternate deferiprone/deferoxamina contro quella con solo deferiprone, la concentrazione di ferro cardiaco alla fine dello studio, era inferiore nel gruppo di controllo che assumeva deferiprone rispetto al gruppo che assumeva la terapia sequenziale alternata deferiprone/deferoxamina. 
Nella stessa metanalisi sono stati valutati come outcome anche i livelli sierici di ferritina e l’escrezione urinaria del ferro ed anche in questi studi il GRADE relativo alla qualità dell’evidenza si è rivelato basso/molto basso. 

In conclusione quello che più emerge da questa “review” sistematica con meta-analisi dei trials clinici randomizzati è che la qualità degli studi esistenti non è particolarmente elevata e i criteri non sono adeguatamente omogenei. Inoltre l’evidenza che sostiene l’efficacia della terapia combinata e sequenziale alternata deferiprone più deferoxamina dovrebbe essere confermata in trials clinici randomizzati più ampi prima di poter avere implicazioni definitive per la pratica clinica.

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