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Ciò che stupiva in Giorgio Bocca

 

Ci sono giornalisti mediocri, giornalisti bravi e giornalisti bravissimi. Giorgio Bocca, morto nel giorno di Natale, non era inquadrabile in nessuna di queste categorie, perché era unico. Lui apparteneva a quella progenie (Indro Montanelli, Guido Piovene, Egisto Corradi, Vittorio Zucconi, Enzo Biagi, per nominare i più famosi) che era riuscita a trasportare il giornalismo dentro la letteratura. Non era soltanto una questione di istinto, era la partecipazione ad un modello di giornalismo che dava la sua giusta misura a ciò che si scrive, individuandola nella ricerca della frase semplice e profonda al tempo stesso.

Non è un caso che Bocca trascorse la prima parte della sua carriera, prima di fondare il quotidiano più innovativo insieme a Eugenio Scalfari e ad altri giornalisti del loro livello, “La Repubblica”, al “Giorno”, il quotidiano milanese fondato da Enrico Mattei. Tutte le storie del giornalismo italiano indicano quell’esperienza come la più significativa nell’informazione scritta degli anni del boom economico. “Il Giorno” fu infatti, con direttori quali Italo Pietra e Gaetano Afeltra, l’organo di informazione più interessante di quel periodo, distinguendosi per il rifiuto di un’informazione paludata, attenta a non calpestare i piedi a nessuno.

Bocca fu soprattutto un grande inviato speciale, nel periodo in cui con questo termine, anche in Italia, dopo la farsesca esperienza fascista nell’informazione, si indicava un giornalista che non andava a cercare soltanto le notizie ma si adoperava anche come analista. E Bocca, dovunque andasse, dimostrava di riportare un quadro netto di quello che succedeva. Ne sono testimonianza i  terribili anni Settanta e Ottanta, quando l’ex partigiano della Val D’Ossola si occupò di terrorismo e di mafia. Sia del primo, sia della seconda riuscì a raccontare i meccanismi interni, senza mai tralasciare il fatto fondamentale che si trattava pur sempre di fenomeni umani. Quando andò ad intervistare Carlo Alberto Dalla Chiesa, nell’agosto del 1982, non poteva certo immaginare che quella sarebbe stata l’ultima intervista del prefetto antimafia eppure il testo che ne uscì fu il più realistico lascito che il generale potesse pensare di pubblicare prima di scomparire per sempre.

Gli ultimi anni della sua carriera, oramai anziano ma sempre molto lucido, lo videro impegnato in una strenua difesa della Resistenza e dei partigiani, che lo avevano visto giovanissimo protagonista, attaccati non soltanto dagli attuali fascisti ma anche da colleghi con i quali aveva lavorato, come Giampaolo Pansa, il cui intento era quello di dimostrare come essi fossero sullo stesso piano dei “combattenti” della Rsi, quelli che fucilavano i partigiani e deportavano gli ebrei. Fu l’ultima sua lotta contro un mondo senza dignità.

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