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Ordini professionali. Sono pochi e contro il mercato. Ci rimettono i consumatori (II)

 

Due sono gli elementi principali che caratterizzano negativamente gli ordini professionali: sono pochi rispetto alle professioni esistenti e limitano gli accessi. Vediamo perché non possono continuare ad esistere in un’economia moderna

L’obiezione principale opposta dai professionisti e dagli Ordini all’assimilazione della loro attività alle imprese e al mercato è che loro sono assai differenti dagli imprenditori, che organizzano i fattori della produzione. I professionisti partecipano direttamente alla prestazione (si pensi ad un avvocato, che difende personalmente il suo cliente), il loro apporto non è organizzativo ma funzionale. Si tratta delle medesime ragioni che il codice civile del 1942 (quindi, una legge che ha settanta anni) considerò sufficienti per escludere le professioni liberali dall’impresa e non assoggettarle a vincoli assai fastidiosi, come quelli contabili (ad esempio, l’obbligo di presentare un bilancio). Questo, fra le altre cose, comporta l’impossibilità per chiunque di conoscere il fatturato di uno studio professionale, anche se i suoi ricavi sono superiori a quelli di una impresa medio-grande. Non solo, ma la legge impedisce di applicare agli studi professionali le norme in materia di fallimento, che forniscono qualche sicurezza in più ai creditori. Un altro privilegio.

Ma l’obiezione oramai fa acqua da tutte le parti. Se escludiamo l’avvocato, che intrattiene con il cliente un rapporto molto personale, quasi nessun altra professione prevede oggi rapporti così personali o, per meglio dire, essi non costituiscono più, come nel passato, la norma. Nei megastudi dei grandi architetti vi lavorano decine di professionisti che redigono progetti che il titolare a stento visiona; la stessa cosa accade per moltissimi studi di commercialisti, di notai, di ingegneri. Un’azienda che si affida ad un grande studio di consulenza tributaria non sa chi materialmente redigerà la sua posizione fiscale o certificherà i suoi bilanci, anche se il responsabile sarà il titolare dello studio (esattamente come l’imprenditore che è responsabile della qualità e della sicurezza dei suoi prodotti). L’acquirente di un immobile può forse dire che il contratto che stipulerà è stato scritto di pugno dal suo notaio? Certo, esistono ancora molti professionisti titolari di piccoli studi che lavorano personalmente e con molta passione e competenza per i loro clienti ma siamo sicuri che il futuro li vedrà ancora protagonisti?

Come appare evidente, la realtà delle professioni oggi è molto diversa da come la illustrano i suoi membri, interessati a difendere un complesso di norme, contenute appunto nel codice civile di settanta anni fa, che li esclude dal mercato e dalla concorrenza e quindi dalla competizione. Per loro, la questione è cruciale perché una riforma “liberale” degli ordini, o addirittura la loro abolizione, comporterebbe una perdita economica esiziale per le poche corporazioni esistenti.

Proprio la tendenza alla crescita degli studi professionali dimostra la malafede di molti professionisti nella difesa dei loro privilegi. Da un punto di vista economico, l’espansione degli studi vuol dire il ricorso ad economie di scala, cioè un abbattimento dei costi di produzione per singola unità prodotta (in questo caso, il servizio) ma mentre l’impresa deve sempre vedersela con i prezzi di mercato che, in linea di massima, non riesce a manovrare, il professionista potrà incamerare tutto il risparmio sui costi di produzione dovuti alle economie di scala perché è in grado di determinare i prezzi dei servizi e di mantenerli fermi o addirittura di aumentarli, incassando in questo modo un extra-profitto non dovuto. Non sono pochi i giovani avvocati che lavorano in questi megastudi, costretti a fatturare prestazioni da lavoratori dipendenti per 1200 euro mensili.

L’altra obiezione che accampano i difensori dello “status quo” è che proprio l’esistenza di un numero chiuso e degli Ordini impedisce la formazione di grandi agglomerati produttivi e la scomparsa del vecchio e apprezzato piccolo professionista. Ma l’attuale e riscontrata tendenza alla crescita delle unità produttive dimostra esattamente il contrario, perché avviene in un regime protetto e nonostante l’esistenza di Ordini che pongono forti barriere all’entrata. Anzi, soltanto l’apertura al mercato e il confronto con un prezzo che si forma in base alla domanda e all’offerta può limitare il proliferare delle grandi concentrazioni di produttori di servizi. La concorrenza regolamentata, infatti, tende a polverizzare l’offerta non a concentrarla (e si tenga comunque sempre presente l’esistenza, anche in Italia, di una legislazione antitrust che risale, oramai, al 1990, oltre a tutte le norme di origine europea).

Oggi, da un punto di vista economico, non ci sono ragioni serie per continuare a tenere in vita le professioni e gli ordini che le proteggono ed infatti l’Unione europea da tempo preme sul nostro Paese per un’abolizione di queste tutele corporative che non trovano alcun riscontro negli altri ordinamenti. Il governo Prodi ci provò nel 2007, abolendo i minimi tariffari ma il centro-destra berlusconiano (quello che avrebbe dovuto fare la “rivoluzione liberale”) boicottò la riforma organizzando il voto di protesta dei professionisti e, una volta di nuovo al governo, ripristinando il regime di tariffe minime. D’altronde, il suo ministro dell’economia, Giulio Tremonti, era anche uno dei fondatori e proprietari del più grande studio tributarista italiano, con sede a Milano.

A farne le spese sono stati, come sempre, i consumatori, costretti a pagare un notaio, un architetto o un avvocato più di qualsiasi altro cittadino europeo o americano. Ma in Italia deve ancora vedere la luce un Governo che si preoccupi prima di tutto di 60 milioni di persone e ponga in secondo piano gli interessi di 5, e forse anche meno, milioni di ricchi membri di lobby e conventicole d’affari (II-fine).

 

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IL DOSSIER SULLE LIBERALIZZAZIONI DEGLI ORDINI PROFESSIONALI

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