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Liberalizzazioni. Benzina carissima, consumatori uccisi non solo dalle accise

 

In Italia, una rete distributiva oramai decrepita e accordi di cartello impediscono ai prezzi di scendere, anche se la maggior parte di essi è costituita da imposte

Il carburante non è una merce come le altre, ma una merce speciale. Perché la puoi acquistare, come le medicine nelle farmacie, soltanto in posti dove la legge consente di venderli: i benzinai. Ma se per le medicine c’è un’evidente ragione per farle vendere soltanto a personale specializzato e laureato (anche se appare incongruo che soltanto la corporazione dei farmacisti possa essere titolare di rivendite), per benzina e gasolio non si capisce perché non possano essere venduti anche da altri imprenditori oltre che i benzinai.

Eppure, nel nostro Paese è così. L’ex ministro delle attività produttive del governo Prodi Pierluigi Bersani, con il decreto legge n. 32/2008 aveva incentivato la chiusura di settemila pompe e un ammodernamento del’intera rete distributiva, consentendo anche ai supermercati di poterla vendere. Allora, però, furono le Regioni a mettersi di traverso, impedendo un coordinamento fra orari delle pompe e quelli del supermercato (questi ultimi, oramai, sono sempre aperti, anche di domenica). Lo scopo di Bersani era quello di aprire il mercato alla concorrenza, in modo da abbassare i prezzi dei carburanti.

Ma permettere ai supermercati di vendere benzina, come succede in Francia, davvero consentirebbe ai prezzi di scendere? Per Luca Squeri, presidente di FIGISC, la Federazione dei gestori degli impianti di distribuzione, non è affatto così: “Se oggi il prezzo della benzina è il più alto d’Europa e quello del gasolio si attesta al secondo posto, ciò è dovuto esclusivamente all’aumento delle accise. Un anno fa, il nostro Paese si collocava al decimo posto per il prezzo dei carburanti”. Ma sarà vero?

Che le tasse (le accise questo sono, imposte sul consumo) rappresentino la quota prevalente del prezzo dei carburanti è verissimo: esse rappresentano, rispettivamente, il 60% del prezzo della benzina e il 54% di quello del gasolio. E continuano a crescere perché la benzina viene utilizzata dai governi come una sorta di bancomat per prelevare quei soldi che servono urgentemente. Osservare la sequenza dei rincari decisi dal governo per esigenze di cassa nell’ultimo anno è impressionante: ad aprile c’è stato un aumento di 0,73 centesimi per il Fondo per lo spettacolo, 4 centesimi a giugno per la guerra in Libia, 0,19 centesimi a luglio di nuovo al Fondo per lo spettacolo, 0,89 centesimi a novembre per le alluvioni; infine, con il decreto cosiddetto salva Italia ben 9,9 centesimi e senza contare le addizionali regionali (ebbene sì, anche le Regioni possono decidere un’accisa supplementare sui carburanti, come già fanno con l’Irpef).

In altri termini, i governi decidono di aumentare le accise perché i carburanti presentano una domanda rigida rispetto ad altri beni: la domanda cala molto di meno rispetto ad un aumento del prezzo. Così, si hanno incassi certi e abbastanza consistenti, ma soprattutto si crea liquidità immediata per le casse dello Stato, a differenza di quanto accade per le imposte personali sul reddito. Naturalmente, l’aumento del prezzo dei carburanti alimenta l’inflazione, visto che circa l’80% delle nostri merci viaggia sull’asfalto. Un’altra stangata per i consumatori, perché proprio l’inflazione è la tassa più iniqua di tutte, colpendo soprattutto i lavoratori dipendenti.

Ma di fronte ad una situazione del genere, la liberalizzazione della rete distributiva potrebbe incidere positivamente sul prezzo, contrariamente a quanto dichiarano i benzinai. In Francia, la più grande catena di distribuzione “Auchan”, con la vendita di carburanti ottiene il 10% del suo fatturato; benzina e gasolio costano meno che in Italia (con accise però più basse).

I supermercati possono offrire un prezzo migliore perché acquistano direttamente dalle raffinerie, evitando i costi dell’intermediazione. Nei dintorni di Coreggio, in provincia di Reggio Emilia, a Natale tre nuovi distributori “no logo” hanno lanciato la loro iniziativa: benzina a 1,549 e gasolio 1,519, quasi quindici centesimi al litro in meno (per un risparmio complessivo per un pieno pari a cinque euro) ed è stato un successo incredibile, tanto da creare scompiglio e accuse violentissime da parte dei benzinai “tradizionali”.

Proprio quel risparmio di cinque euro per un pieno può fare la differenza fra le reti tradizionali e una nuova distribuzione, senza barriere all’entrata. Una completa liberalizzazione delle vendite dei carburanti non potrebbe che agire in senso positivo su quella parte del prezzo che non rientra nella tassazione. Negare questa possibilità è un altro degli espedienti utilizzati dalle corporazioni, questa volta si tratta dei benzinai e delle catene petrolifere proprietarie delle pompe, per difendere i propri privilegi. I quali si traducono principalmente in due possibilità: aumentare immediatamente il prezzo della benzina quando cresce quello sui mercati internazionali, senza abbassarlo quando scende e aumentarlo durante le vacanze invernali ed estive, quando la domanda di trasporto si moltiplica. Ennesimi strumenti di extraprofitto ai danni di consumatori sempre più tartassati.

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