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Anoressia: malattia d’immagine

Il 17 novembre 2010 moriva a Tokyo Isabelle Caro, modella e attrice francese, divenuta icona nella lotta all’anoressia nel 2007 posando nuda per una famosa campagna choc di Oliviero Toscani. Aveva 28 anni, pesava 31 chilogrammi ed era alta 1 metro e 67

ROMA – I numeri legati ai disturbi del comportamento alimentare sono allarmanti. Solo in Italia si stima che almeno il 5% della popolazione (circa 3 milioni di persone) soffra di problemi connessi a disturbi alimentari. Bulimia e anoressia nervosa sono gravi malattie di natura comportamentale generate spesso da una cattiva percezione dell’immagine del proprio corpo.
La scienza negli ultimi anni ha indagato a fondo questo fenomeno e  messo in evidenza un ruolo centrale esercitato dai mass media. Negli ultimi cinquanta anni il mondo della moda ha ridisegnato il prototipo di bellezza delle sue modelle snellendolo di molte taglie. L’immagine del corpo perfetto che ne deriva, frutto di un incessante bombardamento mediatico, causa ogni anno migliaia di vittime soprattutto tra ragazze in età adolescenziale.
L’anoressia, nelle fasi più avanzate e drammatiche della malattia, crea i presupposti per l’insorgenza di una complessa sindrome debilitante chiamata cachessia che si manifesta tramite una grave forma di deperimento organico dovuta ad una forte perdita di massa muscolare, tessuto adiposo e peso corporeo.  

Oltre ad essere legata a disturbi del comportamento alimentare, tale sindrome si sviluppa anche in soggetti affetti da gravi patologie croniche. Parliamo di pazienti oncologici in fase avanzata, malati di HIV, diabetici, cardiopatici, soggetti affetti da cirrosi epatica, malattie autoimmuni, disfunzioni neurormonali e insufficienza renale.
Fuori dal contesto patologico invece tale complicanza si riscontra tra i tossicodipendenti, i grandi ustionati, anziani o a seguito di una prolungata inattività fisica. Ad ogni modo si tratta di una sindrome ancora poco studiata sotto il profilo metabolico, poco percepita dalla società, ma dal forte impatto clinico. A dispetto del gran numero di patologie e soggetti coinvolti, infatti, la comunità scientifica ha cominciato a mostrare attenzione verso la cachessia solo di recente. Basti pensare che la neonata ‘Society on Sarcopenia, Cachexia and Wasting Disorders’ ha tenuto lo scorso dicembre a Milano la sua sesta conferenza internazionale dove ha affrontato, tra i vari argomenti a tema, quello dell’elaborazione di una definizione consenso non ancora pienamente maturata in ambito scientifico.
Studi preclinici hanno finora dimostrato che all’origine di questa sindrome intervengono fattori specifici in base al tipo di malattia cronica coinvolta, capaci tuttavia di agire secondo meccanismi molecolari simili. Tali segnali promuovono una rapida degradazione delle proteine muscolari portando alla tipica atrofia osservabile nei soggetti cachettici. Un deperimento generalizzato che passa per un’alterazione del metabolismo glucidico, una cospicua perdita di efficacia dei farmaci utilizzati nella cura della malattia primaria e una forte riduzione della funzionalità muscolare in termini di resistenza e forza di contrazione. Uno sconfortante quadro clinico in grado di peggiorare la prognosi e dunque la qualità della vita del paziente.

Approfondiamo l’argomento con Dario Coletti, ricercatore all’università Pierre et Marie Curie di Parigi, esperto di cachessia. Nel 2008 Coletti pubblica per la rivista ‘Stem Cells’ un importante studio che contribuirà a far luce, in termini molecolari, sulla ridotta capacità rigenerativa osservata nel muscolo atrofico.

“Per rendere l’idea del peso clinico di questa sindrome», spiega il ricercatore, «occorre sapere che almeno il 20% dei decessi nei pazienti oncologici avviene per cause direttamente connesse alla sua insorgenza. Uno degli effetti più devastanti della cachessia è caratterizzato dalla progressiva perdita di peso corporeo. Nei soggetti affetti da questa sindrome, infatti, si registrano perdite fino all’85% del tessuto adiposo e 75% di muscolo scheletrico per un calo di peso corporeo pari al 30%”.

A Coletti abbiamo chiesto cosa accade in termini molecolari al muscolo scheletrico di un soggetto cachettico. “Tutto ruota attorno al rapporto tra sintesi e catabolismo proteico. Possiamo affermare –  continua l’esperto –  che tale equilibrio viene rotto da una serie di processi catabolici in grado di orchestrare l’insorgenza e la progressione dell’atrofia muscolare. Un sistema demolitivo che inibisce la sintesi di nuove proteine muscolari e, parallelamente, incrementa la frazione di quelle destinate ad essere degradate. Scendendo nei dettagli molecolari possiamo analizzare il caso della cachessia di natura oncologica, una delle più studiate ed aggressive. Nel sangue dei pazienti oncologici si trovano alti livelli circolanti di molecole pro-infiammatorie. Tali molecole, rilasciate nel circolo sanguigno dal tumore in crescita, raggiungono il muscolo scheletrico dove inducono i loro effetti demolitivi. È stato dimostrato che per ognuna di esse esiste un recettore specifico sulla superficie delle cellule muscolari. Una volta legati al proprio recettore, tali fattori inducono l’attivazione di una serie di proteine citoplasmatiche intermedie fino ad arrivare dentro il nucleo della cellula. Lì, a valle del processo, vengono attivate due proteine, Murf1 e FoxO, in grado di legare il DNA e partecipare attivamente alla produzione di proteine chiamate ubiquitine-ligasi adatte a legare tutte le proteine muscolari da avviare verso un irreversibile processo demolitivo. Conoscere in dettaglio tali vie – spiega il ricercatore – permetterà in futuro di sviluppare farmaci in grado di bloccare selettivamente i passaggi chiave di questi percorsi”.

Chiediamo inoltre al ricercatore dove è arrivata oggi la ricerca dal punto di vista terapeutico. “Ci troviamo solo agli inizi – chiarisce lo scienziato – ad oggi la cachessia viene trattata con una serie di rimedi forniti di pari passo alle terapie in uso contro la patologia primaria del soggetto cachettico. Diversi studi clinici stanno valutando l’efficacia della somministrazione di fattori di crescita, integratori alimentari, aminoacidi selezionati, agenti appetito-stimolanti e farmaci anti infiammatori. Rimanendo ancora in campo farmacologico, buoni risultati si stanno ottenendo con l’utilizzo di anticorpi solubili e farmaci atti a legare ed inibire l’attività catabolica dei fattori pro-infiammatori presenti nel sangue dei pazienti cachettici. La ricerca ad ogni modo va avanti e mira lontano. Accanto ad una serie di studi volti ad analizzare i benefici offerti da un’attività fisica mirata, qualcosa si sta facendo anche a  livello di sensibilizzazione sociale. Sono sempre più numerose infatti le agenzie di moda che rifiutano modelle con misure al di sotto della taglia 42. Ci auguriamo che i governi dei paesi occidentali e di quelli emergenti prendano coscienza dell’importanza di finanziare progetti di ricerca su malattie come queste, considerate minori, ma dal forte impatto sociale sia in termini di costi economici e sia di vite umane”.

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