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Chemioterapia. Le nuove scoperte degli scienziati italiani

ROMA – In Italia si stimano ogni anno circa 250.000 nuovi casi di tumore e, per la stragrande maggioranza di essi, la chemioterapia rimane il più valido approccio terapeutico.

Accanto agli innumerevoli benefici ricavati da questo metodo di cura si affiancano però, limitatamente alla storia clinica del paziente e al tipo di tumore, una serie di conseguenze indesiderate spesso non meno importanti sotto il profilo clinico e psicologico. Perdita di peli e capelli, lesioni cutanee, attacchi di vomito e prolungati periodi di indebolimento fisico sono tra gli effetti collaterali a breve termine più noti del trattamento chemioterapico riscontrati nella maggior parte dei malati, nonché problemi cardiaci e renali che possono insorgere in maniera cronica anche molti anni dopo la terapia.  

Le ragioni alla base di tali disturbi, spesso fonte di notevole ansia sia nei pazienti che nei familiari, vanno ricercate nella natura delle sessanta diverse categorie di farmaci chemioterapici attualmente utilizzati nella lotta degli oltre duecento tipi di tumori conosciuti. Il chemioterapico, una volta immesso nel circolo sanguigno, svolge la propria azione tossica nei confronti delle cellule maligne bloccandone soprattutto la replicazione. Sfortunatamente però, tali effetti si manifestano anche in cellule dotate di alta capacità proliferante in tessuti sani come i bulbi piliferi, le mucose intestinali e le cellule del sangue, causando proprio i tanto temuti effetti collaterali. Affrontare la malattia con serenità significa saper accettare la metamorfosi del proprio corpo, i cambiamenti nei rapporti con gli altri, saper gestire eventuali delusioni. La terapia oncologica è spesso tutto questo, un percorso attraverso il quale lo stato psicologico del paziente segue, passo dopo passo, gli sviluppi della malattia in lotta con il farmaco.

Una delle più grandi limitazioni del chemioterapico, ben documentata nella letteratura scientifica, riguarda tutta una serie di anomalie riscontrate nel sistema vascolare della massa tumorale in crescita in grado di portare ad una sostanziale riduzione dell’assorbimento del farmaco e quindi della sua efficacia.

Sentiamo spesso parlare di farmaci di ultima generazione contro il tumore, ma a che punto è la ricerca di nuovi farmaci in campo oncologico? E come sta progredendo in termini di qualità di vita del paziente? Siamo andati in Belgio, al “Vesalius Research Center” dell’Università di Lovanio, e abbiamo rivolto queste domande al Professor Massimiliano Mazzone, un giovane scienziato italiano a capo di un gruppo di ricercatori che ha recentemente identificato un meccanismo chiave nei processi di protezione contro gli effetti tossici del trattamento chemioterapico.
«La partita», spiega Mazzone, «si gioca tutta in quel breve spazio di scambi vitali tra vasi sanguigni e cellule tumorali. La nostra avventura è iniziata nel 2009, quando scoprimmo che bloccando l’attività dell’enzima PHD2, un enzima delle cellule dei vasi sanguigni responsabile dell’adattamento a condizioni di stress ossidativo, le aberrazioni strutturali dei vasi sanguigni nelle masse tumorali sparivano e il tumore perdeva capacità di formare metastasi. Oggi», continua il ricercatore, «abbiamo aggiunto un nuovo importante tassello. Bloccando l’attività dell’enzima PHD2 migliora la distribuzione e l’assorbimento del farmaco tra le cellule tumorali e viene attivato un programma di detossificazione naturale in grado di prevenire gli effetti collaterali del chemioterapico».

Naturalmente le strade della ricerca biomedica non sono facili. Che un ruolo centrale nel miglioramento del trattamento farmacologico del cancro fosse ricoperto dai vasi che irrorano la massa tumorale in crescita lo si capisce dalla fiorente letteratura scientifica prodotta negli ultimi anni sull’argomento. Massimiliano Mazzone ci ha raccontato che diversi gruppi di ricercatori hanno tentato negli anni varie strategie terapeutiche atte a migliorare l’efficacia dei chemioterapici, tra cui l’utilizzo di molecole in grado di inibire la crescita di nuovi vasi, ma senza mai ottenere i risultati sperati. «Ciò che noi proponiamo», continua il ricercatore, «è lo sviluppo di un farmaco in grado di inibire l’enzima PHD2 da utilizzare in terapia combinata con il normale trattamento chemioterapico».

Lo studio, recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista Cancer Cell, fornisce dunque una valida strategia al superamento degli effetti indesiderati del chemioterapico e alla resistenza ad esso sviluppata dalle cellule tumorali, prospettando lo sviluppo di un nuovo farmaco anti-PHD2 in grado di salvaguardare le normali funzioni biologiche di organi e tessuti sani. «Sebbene siamo ancora lontani dall’esporre il chemioterapico nella bacheca del museo di storia della medicina», conclude Massimiliano Mazzone, «gli sforzi delle più avanzate ricerche in campo oncologico mirano allo sviluppo di strategie sempre più mirate e con particolare riguardo al miglioramento della qualità di vita del paziente, in grado, dunque, di mettere la persona al centro».

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