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Come i lavoratori cinesi. 300 mila posti di lavoro persi per crack aziendali e per dislocamento

ROMA – 300 mila posti di lavoro persi dal 2009 ad oggi a causa dei crack aziendali. 12.097 aziende chiuse in tre anni con un triste incremento del 7,5%.

Le più colpite sono le piccole e medie aziende (per intenderci quelle con un attivo tra i 2 e i 10 milioni di euro). I settori più danneggiati sono: i servizi +10%, le società di capitale +8,6%, le costruzioni +7,8%. A darne la notizia è il Cerved Business Information specializzata nell’analisi delle imprese e dello sviluppo dei modelli di valutazione del rischio di impresa che, nell’analisi, non evidenzia differenze tra nord e sud. In contro tendenza l’industria. Cerved ha registrato una inversione di rotta per l’industria con -6,3% rispetto al 2010, motivato dal miglioramento che il settore ha apportato spinto dalla crisi degli anni precedenti. Ma la storia non è tutta qui. A questi dichiarati 300 mila posti persi, si dovrà aggiungere un fattore più forte dei “crack aziendali”.  

La delocalizzazione
La delocalizzazione delle aziende è artefice nell’impoverimento inesorabile delle famiglie italiane. Ogni azienda dislocata ha privato centinaia/migliaia di lavoratori di un salario/stipendio.
Parliamo del capitalismo italiano che cavalca l’onda industriale dei paesi dell’Est, dell’Asia del Magreb e del sud America. Sono luoghi d’oro in cui il costo della mano d’opera si riduce fino al 75% (rispetto al nostro), le infrastrutture non richiedono regole europee, la tutela sindacale è quasi inesistente, e la salvaguardia ambientale è totalmente ignorata.

Dal 2009 al 2010, con la delocalizzazione si sono persi 367 mila unità lavorative. La cifra sconvolgente è denunciata da UGL (Unione Generale del Lavoro). Le aziende dislocanti sono: Fiat, Bialetti, Omsa, Geox, Dainese, Ducati Energia, Benetton, Stefanel, Calzedonia e altri. Omsa, con un licenziamento collettivo, ha stroncato 239 lavoratrici ed è solo l’ultimo esempio. Non chiudono per carenza produttiva. Vogliono andarsene e basta, senza spiegare e con la pretesa che lo Stato e/o la regione di turno, compensino con ammortizzatori sociali il buco occupazionale creato. Le più grandi imprese italiane trasferendosi all’estero hanno generato, e generano ancora, la perdita di migliaia di posti di lavoro.

La politica guarda
Tra manovre e riforme, ad oggi, non risulta che il problema sia stato considerato/affrontato dalle istituzioni preposte. Nessuna iniziativa concreta è emersa per  penalizzare e  responsabilizzare le aziende fuggitive, o per promuovere il rientro di produttività nel sistema Italia. Per decenni queste aziende hanno usufruito di fondi nazionali, incentivi e agevolazioni ed ora, che non hanno più nulla da spremere, girano le spalle al paese.

La sommatoria finale
E’ un azzardo la sommatoria finale. 300 mila sono i posti persi causa crack finanziario e 367 mila per dislocamento. Il totale è sconvolgente. Dal 2009 ad oggi, 667 mila persone hanno perso il lavoro. Certo il totale è discutibile, ma non si possono ignorare questi due dati.
In un documento UGL si arriva addirittura al paradossale: “per decenni i lavoratori italiani hanno lottato per la dignità ed il riconoscimento del proprio lavoro ed oggi i nostri stati europei, che si reggono su questi principi, dovrebbero comprare beni e servizi da paesi che non rispettano neanche i diritti fondamentali dei lavoratori?”.
Se è questa la civiltà che vantiamo, allora siamo tutti lavoratori cinesi.

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