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Aboliamo la categoria degli “sfigati”

 

L’errore più grave che Michel Martone, il viceministro del governo Monti, ha fatto nei giorni scorsi non è stato quello di dire che una laurea si deve prendere prima di compiere 28 anni. Io sono un docente e lo ripeto tutti i giorni ai miei alunni dell’ultimo anno di scuola, molti dei quali si apprestano ad iscriversi all’Università. Occorre studiare seguendo un programma temporale e terminare il corso di laurea in tempo, o anche prima, se si è veramente bravi.

L’errore capitale di Martone è stato quello di pronunciare la parola “sfigati”, che significa, nel gergo modaiolo giovanilistico, “sfortunati”, “accidentati”, “destinati al fallimento”. Ecco, per esperienza personale so che non c’è categoria concettuale – peraltro del tutto inventata – più dannosa di questa. I giovani oggi sono portati a pensare che ci siano persone “fortunate” e persone “sfigate”. Queste ultime sono nate in famiglie non ricche, o addirittura povere, sono lontane dal potere e proprio per questo non avranno mai una possibilità di riscatto nella loro vita, faranno gli impiegati o gli operai, si ammaleranno, saranno sempre brutti, non guideranno mai una bella auto da centomila euro e non si porteranno mai a letto una donna  da sogno. Insomma, degli ominicchi destinati ad un precoce declino sociale e fisico.

Quanto di razzistico e deforme ci sia in questo tipo di “pensiero” dovrebbe essere evidente a tutti e soprattutto ad un docente universitario. In realtà, ritenere che esistano gli “sfigati”, non solo è la conseguenza di uno sballato e irreale determinismo, ma è un magnifico propellente per creare cittadini di serie A e cittadini di serie Z, esattamente il contrario di quanto prescrive la nostra Costituzione (che il professor Martone, docente di diritto del lavoro, ben dovrebbe conoscere).

Non avere un’auto o una donna da sogno può essere cambiato con una soddisfazione più grande: essersi conquistato con le sole proprie forze quello che si ha, che magari è poco ma sufficiente a guardarsi allo specchio, ogni mattina, e dirsi che gli sfigati veri sono gli altri, gli incapaci.

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