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La scomparsa di Oscar Luigi Scalfaro. I suoi meriti e i suoi demeriti

 

Con Oscar Luigi Scalfaro scompare un democristiano che, almeno in parte, rappresenta tutto il buono e il cattivo che quel partito ha racchiuso nella sua cinquantennale storia. Autorevole esponente della destra, cattolico integrista, aveva coltivato da sempre un acceso anticomunismo che lo aveva posto assai vicino a quelle correnti preconciliari della Chiesa che si riconoscevano nel magistero di Pio XII. Ma, durante il Ventennio e soprattutto negli anni finali della guerra, aveva avversato anche il fascismo, collaborando con la Resistenza e con De Gasperi e Guido Gonnella nella costruzione della futura Repubblica costituzionale.

Questa sua avversione verso il comunismo e il fascismo lo aveva caratterizzato quale uomo al di sopra delle parti, in perfetta aderenza ad una sua visione laica ma al tempo stessa confessionale dello Stato. Convinto della giustezza dell’articolo 7 della Costituzione e, quindi, della validità dei Patti Lateranensi, vedeva però la Chiesa come “civitas Dei”, il luogo del sacro e non delle virtù civili, che dovevano comunque essere coltivate dal cattolico impegnato in politica. Questa profonda convinzione, unitamente ad una dirittura morale d’altri tempi (diventò vedovo molto presto ma non si risposò mai), lo tramutarono in un democristiano molto diverso dagli Andreotti, dai Bisaglia, dai Fanfani, dallo stesso Scelba che pure rappresentò per lui il leader dell’ala destrorsa del partito.

Assurto a incarichi governativi di prestigio (ministro degli interni con il governo Amato), poi Presidente della Camera, nel maggio del 1992 fu eletto al Quirinale, subito dopo la strage di Capaci, che aveva tolto dalla competizione Giulio Andreotti, il capo-corrente di Salvo Lima (ucciso dai Corleonesi nell’aprile dello stesso anno per ritorsione contro la conferma della condanna dei boss mafiosi al maxiprocesso da parte della Cassazione).

La sua intransigenza morale gli consentì di impedire la nomina di Cesare Previti (condannato poi per corruzione in atti giudiziari) a ministro della giustizia nel primo governo Berlusconi. Scalfaro puntò i piedi e il Caimano dovette piegare la testa, nominando il suo avvocato di fiducia ministro della difesa. Nel dicembre del 1994, quando Berlusconi dovette dimettersi a causa del dietro-front della Lega, fu accusato di aver tramato contro di lui. Le stesse accuse che oggi i suoi dipendenti, sparsi in molti giornali, rivolgono all’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Naturalmente, erano accuse infondate. Scalfaro, come Ciampi e come Napolitano, impedì la deriva berlusconiana verso uno Stato sudamericano e verso un fascismo governato dalle cricche del malaffare. Per questo, gli dobbiamo un enorme stima e un duraturo ricordo.

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