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“Il Foglio” torna alle sue quattro pagine, mentre i giornalisti del “Corriere” attaccano duramente il management che vuole vendere lo storico palazzo di via Solferino. Lo scenario dei quotidiani italiani è da incubo. Ma forse non tutto il male viene per nuocere

Ci sono quotidiani che, aperti a luglio, a gennaio muoiono; nemmeno sei mesi di vita. Si tratta di “Sardegna 24”, un giornale finanziato prima dalla famiglia Soru (proprietario di Tiscali ed ex governatore sardo), poi dal direttore Giovanni Maria Bellu, che però ora vuole riprovarci. C’è il giornale di Giuliano Ferrara, di cui non si conoscono con certezza nemmeno le vendite, che ritorna ad essere un vero e proprio “foglio”, nel senso del pezzo di carta unico a quattro facciate. Un’altra crisi irrisolvibile, soprattutto nel momento in cui il governo blocca il finanziamento pubblico alla testata (unitamente a “Libero” e al “Riformista”).

IL CORRIERONE ARRANCA. E i colossi come stanno? Male, grazie, a giudicare dall’incazzatura dei giornalisti del più importante e glorioso quotidiano italiano, “Il Corriere della sera”, che venerdì hanno pubblicato una nota di protesta in cui accusano pesantemente le scelte editoriali passate, puntando il dito contro l’amministratore delegato Antonello Perricone, reo di aver deciso, nel 2007, un investimento molto esoso, l’acquisizione della casa editrice spagnola “Recoletos”, per una spesa di 1,1 miliardi di euro. Quella spesa enorme si è rivelata fallimentare (gli analisi stimano il valore attuale dell’impresa spagnola pari a circa la metà del costo storico) al punto da costringere il management a prospettare una svalutazione di bilancio o una ricapitalizzazione. Gli azionisti (fra i quali Medobanca, Della Valle, la famiglia Berlusconi e il nuovo proprietario del San Raffaele Giuseppe Rotelli), naturalmente, non hanno tutto questo desiderio di mettere mano al portafoglio ed ecco dunque prospettata l’idea di vendere lo storico palazzo di via Solferino, dove c’è la redazione del “Corriere”, quella della “Gazzetta dello sport” e i poligrafici.

IDEE DEL SECOLO SCORSO. Ma la protesta dei giornalisti non fa fare alla redazione una bellissima figura. Nella loro dura nota di protesta, immaginano un quotidiano dove ancora il redattore deve stare accanto al tipografo, come ai bei tempi delle righe di piombo, appena uscite dalla linotype, da aggiornare in fretta. Lo spostamento di parte delle redazioni e dei poligrafici in periferia comporterebbe, secondo i giornalisti, la produzione di un “giornale bionico”, dove i redattori comunicano a distanza con i poligrafici, abbassando la qualità del giornale. Idee veramente del secolo scorso, in un mondo in cui la rete ha annullato le distanze fisiche e, soprattutto, il modello stesso della struttura produttiva, soprattutto in un prodotto comunicativo come può essere un quotidiano.

UNA BATTAGLIA DI RETROGUARDIA. Quella dei giornalisti del “Corriere” è davvero una battaglia di retroguardia, un non voler comprendere l’ineluttabilità della rivoluzione apportata alla comunicazione da Internet. Eppure, i dati sulla crisi della stampa dovrebbe farli riflettere. I giornali (quotidiani e periodici stampati), in sette anni, hanno perso 1,7 miliardi di fatturato. Complessivamente, ogni giorno si vendono 4,7 milioni di copie, come nel 1939. La crisi si sta riflettendo pesantemente anche sulle edicole: erano 35.500 nel 2004, ora sono poco più di 35 mila. Anche i “gadget”, gli allegati ai quotidiani e periodici (libri, collane, pupazzi, perfino mestoli da cucina, sono mancati soltanto i supplì al forno), che assicuravano sette anni fa ricavi superiori al miliardo, nel 2011 hanno di poco superato i 300 milioni.

È in crisi il modello tradizionale di giornalismo dei quotidiani, che in Italia ha avuto una gloriosa tradizione. Oggi, anche il lettore debole (quello che non legge nemmeno un libro all’anno), cerca sul computer quello che gli interessa, sfoglia i giornali on line, i blog, fonti di informazione che i giornalisti della carta stampata ancora si ostinano a considerare con sufficienza, perché da loro ritenuti “dilettantistici” e dunque “non attendibili”.

Una visione incomprensibile e perdente, perché non risulta in crisi la domanda di notizie ma il modo in cui le si offre. La rete, fra non molto, sarà il luogo di distribuzione dei giornali al posto delle edicole fisiche, che scompariranno del tutto. Si creerà una sinergia necessitata fra televisione e internet, che deciderà anche la morte di quella generalista, convogliando le risorse pubblicitarie sul monitor. Il vecchio televisore scomparirà, per far posto a schermi liquidi dove l’utente potrà trovare quello che cerca e deciderà sorti e destini di imprese editoriali attraverso le sue scelte di acquisto.

Tutto questo avverrà fra pochi anni e i giornalisti del “Corriere” oggi protestano perché la tipografia sarà separata dalla redazione. Una caso di cecità collettiva, come in un famoso romanzo di Josè Saramago?

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