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Stipendi e potere. Se il capo della polizia guadagna 26 mila euro al mese

 

Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha uno stipendio lordo annuo pari a 621.253,75, paga un’imposta personale sul reddito di 260.309,11 ed ha quindi un reddito mensile netto pari a 26.842,65, cioè 15 volte più dello stipendio medio di un insegnante con ventidue anni di anzianità, 31 volte di più di un cassintegrato, 54 volte di più di un pensionato al minimo.

Il ragioniere generale dello stato, Mario Canzio, ha un reddito lordo di 562.331,86, paga un’imposta complessiva di 234.972,33 ed ha quindi un reddito mensile netto di 24.346 euro. Più o meno sugli stessi livelli viaggiano  Franco Ionta, capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del Ministero dell’economia. Giovanni Pitruzzella, Presidente dell’Antitrust guadagna 475.643,38 ed ha un reddito mensile dopo le imposte di 20.674,37.

Cifre quasi incredibili se si pensa che sono soldi pubblici, che provengono dall’Erario, quindi sono soldi che appartengono a tutti noi che paghiamo le tasse. Tanto per farci un’idea della sproporzione, un insegnante di scuola superiore a fine carriera non vede più di 2.200 euro mensili netti, che ora diminuiranno per effetto dei criminali tagli tremontiani, un impiegato di sesto livello nell’amministrazione centrale dello Stato non supera i 1.250 euro netti mensili, un poliziotto intasca non più di 1.700 euro, con straordinari imprecisati e non sempre corrisposti.

Ora, l’attuale governo avrebbe deciso di mettere un tetto a retribuzioni francamente imbarazzanti, riducendole ai 304.951,95 euro del primo presidente di Cassazione (che si riducono a 294 mila circa se non si tiene conto dell’indennità corrisposta dal Consiglio superiore della magistratura).

Che un capo della polizia debba avere a disposizione oltre 26 mila euro mensili, senza contare i fringe-benefit (che non abbiamo il coraggio nemmeno di ipotizzare), nonostante l’importanza della carica, la sua bravura e intelligenza e il suo impegno quotidiano, ci sembra uno sproposito ma è così che va il nostro Paese e guai a criticare, perché subito si sollevano i giornali della destra contro la “invidia sociale”, il solito Sgarbi che tuona contro i “comunisti” che vogliono abbattere gli uomini e le donne di successo e i Belpietro e Sallusti (personaggi anche loro con stipendi di tutto rilievo, ma almeno sono soldi di imprenditori privati) che, tanto per zittire la sinistra, propongono di licenziare subito qualche decina di migliaia di operai fannulloni e ladri, protetti, come al solito, dai sindacati.

Un Paese così, l’Italia, dove i tanti Marchesi del Grillo continuano a ripetere ai questuanti sotto il balcone: “Io so’ io e voi non siete un cazzo”.

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