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Le rêve dans un rêve. I sogni di Agnes

Non sono mai state solamente fotografie quelle che scatta mia sorella Agnès . “Le rêve dans un rêve” appartiene alla nostra infanzia e adolescenza poco prima degli anni ’60 e contiene il nostro inconscio, la cultura mitteleuropea di quegli anni a Parigi, cultura anticonformista, aggressiva e poetica contemporaneamente.

Bambine sapevamo chi fosse “Picasso” cosa fosse “le bateau-lavoir”, avevamo incrociato spesso Prevert sul pianerottolo di casa come del resto  il regista Jean Renoir figlio del pittore, ci intrigava Jean Cocteau che arrivava sempre per ultimo sulla Piazza di Mentone allestita per i concerti estivi di musica da camera, solenne nell’ampio mantello di velluto nero, la mano trasparente aggrappata al pomello d’avorio del suo bastone d’ebano, i capelli spumosi e candidi come nuvole posate sul capo rubate a Colette invecchiata.

Eravamo salite sulle ginocchia di Yves Montand e Simone Signoret, andate sul set cinematografico a Boulogne Billancourt dove giravano con la presa diretta in un silenzio inquietante Jean Gabin, Arletty e Gina Lollobridgida,  che ci fece l’autografo e una dedica sulla sua bella foto patinata. Andavamo in vacanza sulla Costa Azzurra  e vedevamo Vadim con Annette Stroyberg, Jean-Louis Trintignant che un pò più tardi divennero amici nostri, ci recavamo di nascosto al Theatre National Populaire per seguire i corsi di recitazione di Gerard Philippe, Alain Cuny, incontravamo Jean Paul Belmondo e Mouloudji dalla prof di canto e dizione a Pigalle, portavamo croissants a Pierre Clementi che era figlio trascurato di una portinaia a st. Germain des près, ci sedevamo al tavolo accanto a Sartre e Simone de Beauvoir ai ” Deux magots “, avevamo letto il marchese di Sade, Racine, Corneille, Molière, Shekespeare, Proust, Camus, Baudelaire, Kafka e Lafontaine un pò disordinatamente, sfioravamo Catherine Deneuve alla fermata del bus 72 che ci portava a scuola e qualche anno dopo sfilavamo con lei per il sarto francese Louis Ferraud. Il fidanzatino di Francoise D’orleac, sorella di Catherine Deneuve, abitava nel nostro palazzo e ci parlavamo dal balcone. Tutto questo ci sembrava del tutto normale come del resto il fatto che nostra madre tenesse quadri di Magritte e Delvaux in cantina assieme a vecchie biciclette arrugginite pronte ad essere scambiate- come si usava con il ritratto dei calciatori, biglie o figurine-  con divani o poltrone e la stessa fumò con i piedi  per rallegrare la festa di compleanno di nostra nonna paterna Marie Spaak prima senatrice del Belgio che, nel medaglione che le stringeva il collo aveva fatto incidere queste parole “in caso di malore nessun prete è gradito”.

Allora, Agnès e io, andavamo pazze per le borse con la catena e le scarpe bicolore di Chanel, ci cotonavamo il capelli per “far volume” nei chignons alla Brigitte Bardot. Usavamo l’eye liner per allungarci gli occhi con mano tremolante, indossavamo i pull Vitos di un colore turchese che non si era mai visto prima e adoravamo le nostre prime scarpe col tacco di Charles Jourdan che tenevamo sul comodino per evitare che le mangiasse il cane. Ascoltavamo le canzoni di Brassens, Leo Ferrè, Serge Reggiani, adoravamo “Diana” di Paul Anka, “Only you” dei Platters e ballavamo il twist con Ray Charles. L’hulla hop non aveva segreti per noi. Sognavamo. Con i nostri genitori ci recavamo spesso a Saint Paul de Vence  in un piccolo hotel molto speciale “La colombe d’or” appena sopra Cannes. Li’ si riunivano per lavorare o godere del sole sceneggiatori, registi, attori e sopratutto pittori i quali fecero l’immensa fortuna dei proprietari del luogo pagando i conti con quadri e disegni, oggi, di un valore inestimabile. Sul terrazzo che dominava la vallata si cenava la sera e vedemmo in una notte estiva la principessa Soraya in un abito da sera color corallo con una scintillante parure di diamanti.
Immaginavamo l’amore, una vita piena di emozioni, di libertà e passioni ed eravamo sicure (o quasi) che avremmo fatto un capolavoro delle nostre vite.

Nelle foto Agnès non ha smesso di vivere il passato e l’onirico stinge sulla veglia lasciando affiorare il ricordo e l’immaginazione. Nel pozzo della memoria “lo zio” Lewis Caroll suggerisce e da potere alle associazioni sostituendosi a  Freud e incoraggia  sorprendenti accostamenti e matrimoni. Si galleggia nelle trasparenze della memoria come nel fumo blu di una Gitane appena accesa e si mescolano le linee con le sensazioni cacciate fuori dalla cornice del tempo. Allora, la fotografia si fa scrittura, scultura, musica e danza per proprio conto.

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