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In generale, la destra italiana pare convinta che soltanto le bottiglie molotov, i sassi dei pavé (quelli che a Roma sono chiamati sanpietrini), i caschi siano corpi contundenti, atti ad offendere le persone, a ferire le loro teste, a provocare anche morti. Ed invece anche le parole, soprattutto se usate in un modo primitivo, possono diventare bottiglie molotov e provocare disastri.

“Il Giornale” della famiglia Berlusconi è da sempre impegnato, con una solerzia degna di miglior causa, ad usare le parole come randelli per zittire i giovani che protestano e manifestano nelle piazze. Ma per far questo ha bisogno di qualche centinaio di teste calde che rispondano a tono, che rovescino le automobili e le incendino (Roma, ottobre 2011), che spacchino vetrine, rovescino cassonetti, dilaghino nella Val di Susa pronti allo scontro. Allora non importa che questi violenti siano qualche centinaio di fronte a cinquantamila, a centomila persone pacifiche, i sallustiani hanno raggiunto il loro scopo, che è poi quello di “denunciare” i violenti, incarcerarli, non importa cosa abbiano fatto, basta che abbiano manifestato. Così, il titolo di testa de “Il Giornale” di oggi è un inno alle virtù delle forze dell’ordine: “ Forza polizia, mandali via”. Perché mandarli via? E soprattutto: in che modo? L’editoriale del direttore Alessandro Sallusti definisce “cretinetti” Luca Abbà, uno dei più noti e convinti leader della protesta in Val di Susa, con disprezzo totale del fatto che lo stesso sia ricoverato in condizioni gravi per la caduta da un traliccio dell’alta tensione.

Per capire di che pasta sia fatto il direttore de “Il Giornale” basterà leggere uno scampolo della sua prosa: «Uno che sale su un traliccio non è un eroe, è uno che mette in pratica cose cretine ed illegali. Se l’è cercata e l’ha trovata, nel caso c’è pure l’aggravante dell’età, 37 anni, che rende il tutto oltre che tragico pure patetico. Abbà è vittima di se stesso ma non l’unico responsabile della sua autodistruzione».

Nell’universo berlusconiano sappiamo che i veri eroi sono altri, personcine a modo come Vittorio Mangano (l’ex stalliere di casa Berlusconi), che non parlano nemmeno sotto tortura ed accettano senza fiatare due ergastoli per gli omicidi compiuti. Persone così, non cretinetti che si arrampicano su un traliccio per manifestare la propria opposizione in modo non violento e senza fare del male ad alcuno e per questo rischiando la vita.

Proprio in questi giorni esce nelle sale “Diaz” (“Diaz – Don’t Clean up this Blood”), del regista Daniele Vicari, che racconta le drammatiche vicende del G8 di Genova del 2001, quando le forze dell’ordine si sentirono autorizzate ad utilizzare metodi cileni o argentini contro migliaia di giovani, spaccando teste e incarcerando innocenti e sospendendo qualsiasi norma della Costituzione repubblicana. Chissà se il film piacerà anche ad Alessandro Sallusti.

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