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Liberalizzazioni. I veri “poteri forti” sono gli ordini professionali

 

I “benealtristi” italiani sono quelle persone che, per difendere il loro status quo, dicono sempre che “i problemi son ben altri”. È oramai uno stratagemma trito e ritrito, che qualsiasi persona intelligente e minimamente informata riesce a smascherare. Ma loro, i “ benealtristi” continuano, confidando nel potere seduttivo delle loro perorazioni.

Gli ordini professionali – notai, farmacisti, tassisti, avvocati, ecc. – hanno ripetuto per mesi che le “false liberalizzazioni” di Monti avrebbero lasciato intatti gli interessi dei “poteri forti”, che per loro sono le banche e le assicurazioni, prendendosela solamente con i loro poveri affari, le loro tariffe, le loro protezioni sociali. In queste ultime settimane, queste stesse persone, cioè i rappresentanti degli Ordini professionali, hanno dimostrato di essere in grado di tenere in scacco perfino un ramo del Parlamento, il Senato, che sta faticosamente approvando il decreto sulle liberalizzazioni del governo di Mario Monti. Non c’è stato niente da fare con i tassisti, che hanno praticamente visto accolte tutte le loro richieste. Ma anche negli altri casi, i punti fondamentali delle liberalizzazioni sono state vanificate e svuotate quasi per intero. Se le tariffe sembra che saranno eliminate definitivamente (ma anche quelle minime?), gli ordini professionali hanno imposto l’abrogazione del preventivo scritto al cliente (dovranno solo dare “indicazioni di massima” sulla spesa da affrontare) e, cosa ancora più scandalosa, è stata espunta la norma che obbligava gli studi professionali a dare al praticante, dopo sei mesi di apprendistato, uno stipendio almeno decente.

Forse non tutti conoscono il grado di sfruttamento che i giovani praticanti devono subire negli studi professionali, senza che alcuno abbia mai mosso un dito per porre fine ad una prassi scandalosa e vergognosa. I giovani laureati sono costretti ad accettare una condizione servile, soprattutto se riescono ad entrare in grandi e prestigiosi studi, dove, in alcuni casi, sono trattati come parte dell’arredamento o del mobilio e quel poco che imparano lo devono alla loro tenacia e alla loro capacità di apprendimento. Il bello è che, quando saranno professionisti affermati anche loro, si comporteranno esattamente nel medesimo modo con i loro praticanti, in un modello di sfruttamento che si autogenera e si autoperpetua.

Ora, prevedere un semplice rimborso spese per i giovani praticanti degli studi professionali, e non uno stipendio con tanto di contributi sociali, significa far rimanere esattamente le cose come sono. Cioè, offrire 200 o 300 euro al mese per otto ore di lavoro al giorno e con straordinari non pagati. E non si capisce perché gli studi professionali debbano continuare a rimanere l’unico luogo dove è considerato legale sfruttare esseri umani contrabbandando il loro impiego da lavoratori dipendenti con un’attività didattica e di ricerca, generosamente elargita dal titolare iscritto in un albo, cioè in una corporazione.

Se non sono questi i “poteri forti” quali altri possono esserlo?

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