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Giornalisti divi in tv: se Cazzullo e Travaglio leggono sempre lo stesso articolo

 

Ieri sera a «Otto e mezzo», la trasmissione di approfondimento di La7 condotta da una superlativa Lili Gruber, il semprepresente giornalista del “Corriere della sera” Aldo Cazzullo, ha rievocato la figura di Lucio Dalla, di cui era amico, ricordando particolari gustosi e fors’anche inediti. Un bel repertorio ed un buon articolo, non c’è che dire; peccato che sul numero di oggi del giornale per il quale scrive, a pagina 19, c’è il medesimo articolo, con le medesime locuzioni e perfino le virgole («Il genio che si sentiva un omino buffo. Aveva un sosia, lo mandò al Festivalbar»), tanto che ci viene il dubbio che, in televisione, si sia limitato a leggere il gobbo.

Ma Marco Travaglio non è da meno. Alla trasmissione di Michele Santoro «Servizio pubblico», così come prima a «Anno zero» dice a voce, leggendo da una sua agenda, quello che pubblicherà nel suo editoriale quotidiano su «Il Fatto», virgola più virgola meno. Sempre pugnace, a volte esilarante, certo, ma ci si chiede fino a che punto arrivi la sua autostima se ritiene che il cervello dei suoi telespettatori brami dalla voglia di apprendere nuovamente le cose che si sono ascoltate soltanto dieci ore prima.

Vedendo e rivedendo nei talk-show cosiddetti «di approfondimento» sempre le stesse persone, che girano negli studi televisivi come trottole e ai quali i conduttori non possono che fare le medesime domande, viene spontaneo domandarsi: ma vale la pena vederli tutti e soprattutto ascoltare sempre le stesse voci e gli stessi pensieri? Ed anche: ma dove sta il famoso «specifico televisivo» se poi questi ospiti vanitosi ripetono sempre le stesse idee, quelle che scrivono sui loro giornali, aggiungendovi il loro bel portamento (almeno nel caso di Travaglio) e facendo sfoggio di cravatte dai colori sgargianti?

Possiamo immaginare le loro proteste: «Mica possiamo inventarci dieci articoli al giorno! Gli argomenti son quelli!». Giustissimo, ma si potrebbe, con un po’ di ingegno, trovare qualche rimedio. Ad esempio, saltare qualche giro, rimanere in silenzio per un paio di giorni, ritirarsi in meditazione (non sappiamo Cazzullo ma Travaglio è credente), ovvero rispondere alla segretaria di produzione che telefona in redazione per il quasi quotidiano invito: «Mi dispiace, oggi non vengo, non saprei proprio che cosa dire di nuovo». Chissà, forse il pubblico gradirebbe.

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