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La storia islandese insegna: la democrazia è una rivoluzione che parte dal basso

ROMA – L’Islanda è un’isola dell’estremo nord d’Europa 103 mila km quadrati di superficie e vi abitano di 320 mila persone . La capitale Reykjavik è come Reggio Emilia. L’Islanda è il paese meno popolato d’Europa ed è sprovvisto di un esercito militare.

Eppure quindici anni di crescita economica avevano reso l’Islanda uno dei paese più ricchi del mondo. Una ricchezza basata sul modello del neo liberismo puro che aveva consentito un rapida ed effimera crescita. Tutto comincia nel 2001 con l’inizio della privatizzazione delle banche.
Nel 2003 tutte le banche del paese erano completamente privatizzate e si adoperavano ossessivamente per attirare investimenti stranieri nel paese. Le banche, come esca, adottavano la tecnica dei conti online, che riducevano drasticamente i costi di gestione, e permettevano tassi di interesse più alti.

Il programma si chiamava IceSave. In poco tempo arrivarono moltissimi stranieri, per la maggior parte inglesi e olandesi, che depositarono i propri risparmi.Il meccanismo da un lato accresceva gli investimenti, ma dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 L’Islanda aveva un debito pari al 200% del suo Pil. Quattro anni dopo era del 900%. Ma non finisce qui. Il colpo di grazia arrivo con i mutui subprime nel 2008. Le tre maggiori banche Landbanki, Kapthing e Glitnir, esposte per circa 10 miliardi di Euro, fallirono drasticamente e vennero nuovamente nazionalizzate. Fu così  che la corona crollò, rispetto l’euro, del 85% decuplicando il debito insoluto e alla fine di quell’anno l’Islanda fu dichiarata stato in bancarotta. Fu questo il drammatico risveglio degli islandesi. Il primo ministro conservatore alla guida del paese, chiese subito l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale il quale accordò prontamente un prestito di due miliardi e cento milioni di euro, mentre alcuni paesi nordici intervennero con altri due miliardi e mezzo.

Nel frattempo, la popolazione scalpitava e protestava contro un destino a cui nessuno poteva più sottrarsi. A gennaio, dopo 14 settimane, il presidio di cittadini che da giorni presidiano il parlamento, ottiene le dimissioni del governo conservatore di Geir Haarde e ottiene le elezioni anticipate. Intanto i poteri finanziari internazionali spingevano l’Islanda verso misure drastiche, l’FMI ed Europa chiedevano al paese di farsi carico del debito, anzi sulle spalle della popolazione. A detta del Fondo Monetario quello, era l’unico modo per saldare il debito e salvare l’Islanda.

Nel gioco delle parti, Olanda e Inghilterra, avevano garantito ai connazionali il rimborso di quanto perso, per cui diventava imperante che lo Stato Islandese rientrasse con il debito il prima possibile. Tuttavia con le elezioni anticipate, arriva il nuovo governo, questa volta di sinistra, che dopo aver criticato il neo-liberismo, cede alle richieste forti della finanza mondiale. All’epoca fu fatta una proposta esorbitante alla nazione. Una manovra economica estrema avrebbe restituito 3 miliardi e mezzo di euro del debito. La cifra sarebbe stata suddivisa fra tutte le famiglie islandesi per 15 anni con un interesse pari al 5,5%. In pratica la tassa proposta altro non era che un prelìievo di 100 euro al mese ad ogni cittadino, per 15 anni, con un carico di 18 mila euro a testa per islandese al fine di saldare un debito contratto da un privato verso un altro privato.
Ma il presidente Grimsson, ascoltate le proteste popolari, si rifiutò di ratificare la norma della super tassa e indisse un referendum sulla tassa stessa. Insomma furono i cittadini a decidere.
La mossa del politico infiammò il potere finanziario,  addirittura si scatenarono contro l’Islanda. Inghilterra e Olanda che minacciarono un “embargo”, mente l’ FMI intima il blocco degli aiuti. L’Inghilterra, intanto,  annuncia provvedimenti antiterrorismo e congelamento dei conti bancari degli islandesi.
Grimsson riassume così quei giorni: “Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord. Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord”.

Il referendum fu un no secco alla manovra. Il 93% dei cittadini rigettò il debito il quale viene dichiarato “detestabile”. Per i cittadini islandese non è esigibile. Il Fondo Monetario Internazionale congelò immediatamente il denaro. Il governo Islandese aprì un’inchiesta, civile e penale, a carico dei banchieri e dei manager responsabili della crisi finanziaria. L’interpol emise un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente della banca Kaupthing. Iniziò così la grande fuga dei banchieri islandesi,  molti dei quali finirono in manette. Sotto spinta popolare, si decise di riscrivere, ex novo, una Costituzione capace di impedire lo strapotere bancario internazionale e del denaro virtuale. La Costituzione vigente risaliva all’indipendenza dell’Islanda dalla Danimarca, infatti ne era una copia tale quale che si differenziava solo per alcune parole “Re/presidente”.

Inizia in questo modo il metodo innovativo di una vera e propria democrazia partecipata, facendo leva sulla memoria degli errori passati. Per la prima volta un governo affidà la modifica radicale della Costituzione ai suoi cittadini.  Venne eletta una Commissione Costituente di 25 cittadini eletti da una base di 522 candidati. I requisiti per candidarsi erano: maggiore età, l’appoggio di almeno 30 persone, e non essere iscritto a nessun partito politico.

Nacuq così la prima costituzione ‘crowdsourcing’, ovvero un testo realizzato da utenti in rete attraverso mail e social network. Ogni cittadino poteva visionare in rete gli elaborati, assistere alle riunioni via Streaming e contribuire, da casa, alle proposte, esprimendo liberamente le proprie opinioni. Una rivoluzione dal basso. Da quel momento, l’Islanda ha dissolto quell’incantesimo maligno basato sulla convinzione che il debito è una identità sovrana per cui è sacrificabile una nazione intera. Non solo. La volontà e l’impegno islandese ha distrutto l’idea che le leggi debbano essere scritte in gran segreto e da pochi eletti. La Magna Carta, così definita, frutto della Commissione Costituzionale, è stata vagliata, discussa e modificata grazie ai cittadini. Una giovane partecipante all’esperienza disse: “Ho capito per la prima volta cosa  significa davvero la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio  mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”.
Oggi, contro ogni previsione del Fmi, società di rating, ed europee, gli investitori internazionali sono tornati a credere nell’Islanda  e fatto importante è che la stessa Islanda non ha perso alcuna sovranità monetaria.
L’isola dell’estremo nord diffonde un massaggio di speranza chiaro: “i cittadini non sono responsabili dei debiti contratti dai poteri forti, per cui le nazioni non sono sacrificabili”.

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