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Venti anni dopo Tangentopoli, siamo di nuovo immersi nella melma

 

Sono trascorsi esattamente venti anni dall’inizio dell’inchiesta giudiziaria che avrebbe chiuso i conti (in tutti i sensi) con i partiti della prima Repubblica e assistiamo ai medesimi fatti, come in un replay senza commento.

Un Governo tecnico cerca di evitare lo sprofondamento del Paese in un default drammatico, esattamente come cercò di fare Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. La magistratura sta scoperchiando una marea di corruzioni di uomini politici su tutto il territorio nazionale, ed in particolare nella regione lombarda, senza risparmiare alcuna formazione partitica. Le inchieste della magistratura mostrano, con lampante evidenza, come non sia cambiato assolutamente nulla rispetto al passato: i partiti continuano a proteggere funzionari e dirigenti che hanno il compito di intrattenere rapporti con imprenditori ai quali trasferire denaro pubblico sotto forma di appalti, in cambio di finanziamenti per le strutture interne delle organizzazioni di partito.

D’altronde, tutte le formazioni politiche, ad eccezione dell’Italia dei valori, avevano da tempo preso le distanze dalle inchieste della magistratura milanese degli anni Novanta; anzi, avevano denunciato quei giudici come portatori di un’operazione golpista, contraria alla democrazia. In questi anni, abbiamo avuto di fronte personaggi, fra i numerosi altri, come Fabrizio Cicchitto e Gianfranco Rotondi (quest’ultimo addirittura leader della Democrazia cristiana, nonché ministro berlusconiano) che ripetevano in continuazione che la magistratura politicizzata aveva usurpato il suo ruolo portando a distruzione partiti “gloriosi” come il Psi e la Dc, senza provare alcuna vergogna per le loro parole. Come si poteva pensare che dichiarazioni del genere annunciassero un sistema oramai sano, che aveva definitivamente chiuso con il passato, con la corruzione e con la degenerazione dei costumi politici?

Ed infatti, i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Lungi dall’aver metabolizzato gli scandali finanziari con un lavacro definitivo, la seconda Repubblica, dopo aver promosso Silvio Berlusconi a suo sacerdote, ha ricreato esattamente il contesto istituzionale affaristico della prima, scavando il più profondo fossato fra sé e gli elettori, tornati nuovamente a ripudiare qualsiasi cosa abbia a che fare con il ceto politico.

«Questi non vogliono capire che qualsiasi cosa organizzata dai partiti viene sistematicamente rifiutata dagli elettori» ha dichiarato il sindaco di Bari Michele Emiliano a proposito delle primarie perse dal Partito democratico a Palermo. La situazione sta esattamente in questo modo. Ora bisognerà che qualcuno lo spieghi a Pierluigi Bersani prima che si rechi all’ennesima riunione con Pierferdinando Casini e Angelino Alfano, cioè con i cadaveri della prima e della seconda Repubblica.

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