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L’impressione è netta, dopo aver letto le dichiarazioni del presidente dell’Autorità garante della privacy Francesco Pizzetti: settori politici ben conosciuti – tutti interni alla destra e al mondo confindustriale – stanno organizzando le truppe per cominciare a limitare l’azione di contrasto che l’attuale Governo ha messo in piede contro gli evasori fiscali.

Ha iniziato per l’appunto il Garante per la privacy, al quale ovviamente non è possibile attribuire alcun secondo fine al suo pensiero se non quello di calarsi poco nella realtà italiana. «Stop allo stato diritto nella lotta all’evasione» ha sinteticamente dichiarato Pizzetti, aggiungendo che «è proprio degli Stati autoritari considerare i cittadini come sudditi che violano tutti la legge».

È probabile che l’autorevole personalità abbia vissuto nei dintorni di Marte negli ultimi venti anni o che sia stato così occupato negli studi giuridici da aver dimenticato di leggere i giornali e ascoltare i notiziari sui media. In Italia, infatti, esiste la più alta concentrazione di soggetti che evadono o eludono gli obblighi tributari nel mondo capitalistico sviluppato; quindi, appare perlomeno normale che lo Stato abbia una soglia di sospetto maggiore che in altri Paesi.

Le dichiarazioni di Pizzetti, poi, derivano da una concezione tutta nostrana della “privacy”. In America, dove il concetto stesso di “riservatezza”  è nato addirittura sul finire del secolo XIX, nessuno si sognerebbe mai di asserire che controlli a tappeto come quelli riservati alle località sciistiche a fine anno, con i risultati incredibili che si sono raggiunti, violano la “privacy”. Quando sono in gioco gli interessi della collettività non ci sono norme sulla riservatezza che tengano, secondo la consuetudine anglosassone in materia.

Nel nostro Paese, invece, il concetto di riservatezza, più che la legge materiale, si è allargato a macchia d’olio, vietando la notizia di qualsiasi cosa che riguardi l’esistenza dei cittadini, anche quando si tratta di individui la cui condotta è contraria al diritto e i cui comportamenti economici impoveriscono la collettività (si pensi alla interessata campagna della destra contro le intercettazioni telefoniche). Questa pericolosa concezione di un principio pur giusto non ha fatto altro che incrementare i comportamenti illeciti, perché più spesso di quanto si creda la “privacy” è lo scudo difensivo di capitali illeciti, di transazioni delinquenziali e di arricchimenti senza causa.

In materia di evasione tributaria, qualsiasi perorazione come quella del Garante rischia di far arretrare una lotta di contrasto ai malfattori che, grazie ad un governo tecnico e ad un fragilissimo accordo politico fra maggioranza e opposizione, comincia a dare qualche risultato.

E poi, vorremmo fare un rilievo a Francesco Pizzetti: come mai con i lavoratori dipendenti non vengono utilizzate tutte queste accortezze da parte dell’amministrazione fiscale e li si considerano “sudditi sospetti”, visto che i loro stipendi sono colpiti ogni mese da un prelievo alla fonte a titolo di acconto di imposta? Sono tutti ladri? Come la mettiamo, egregio professor Garante?

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