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L’attacco alla Cgil, l’adesione ai “desiderata” della Confindustria, l’attenzione verso i profitti bancari, la finta considerazione delle esigenze dei deboli e dei lavoratori dipendenti. La realtà dell’attuale governo è molto diversa. Cerchiamo di capirla prima che sia politicamente troppo tardi

Il governo presieduto dal senatore a vita Mario Monti, con la vicenda relativa alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ha finalmente mostrato il suo vero volto. Ora, soltanto un ingenuo o un rappresentante dei poteri forti può ritenere che il governo “tecnico” abbia dei meriti indiscussi nell’aver portato il nostro Paese fuori dalla guazza berlusconiana e dal precipizio economico.

La realtà è tutta un’altra cosa. Il governo Monti, sorretto da una maggioranza alla quale partecipa inopinatamente il Partito democratico, cioè un partito teoricamente di sinistra, è la continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Il progetto politico che vi sta dietro consiste precisamente in questo. I grandi agglomerati finanziari internazionali, con la sponda della Commissione europea (l’organo esecutivo delle volontà del Consiglio europeo, dominato da Francia, Germania e Gran Bretagna), l’estate scorsa consideravano l’Italia un Paese oramai sull’orlo del precipizio. Il suo fallimento avrebbe però comportato quello di determinate banche e rilevanti perdite ai “venture capital”, anche di provenienza dubbia, quelli scudati da Tremonti per intenderci, che costituiscono buona parte della finanza mondiale. L’interesse specifico della comunità internazionale era dunque quello di consentire un salvataggio italiano con l’immissione di una certa dose di liquidità della Banca centrale, ora comandata, non a caso, proprio da un italiano, Mario Draghi, per stimolare la crescita e la creazione di un governo di “tecnici”, tutti rappresentanti del ceto professorale ma in realtà ben inseriti nel conclave bancario.

LE DIMISSIONI DI BERLUSCONI. Il governo Berlusconi non fu affatto messo da parte con un atto proditorio, come la stampa di sua proprietà ha cercato di propalare con notizie senza alcun fondamento e artatamente studiate per montare una falsa polemica contro il supposto attentato alla democrazia, ma fu cooptato, anche se con uomini con altri nomi e cognomi e indubbiamente più capaci dei vari Brunetta e Sacconi, in un Esecutivo che sta portando a compimento i medesimi obiettivi e l’identico programma, potendo poggiare su una maggioranza parlamentare nettamente più ampia. A Berlusconi fu data rassicurazione che i suoi interessi imprenditoriali non sarebbero stati intaccati ed anzi sarebbero stati considerati come elementi essenziali del modello economico perseguito.

L’ATTACCO ALLA CGIL. Nel progetto finanziario internazionale, però, continuava a persistere un problema che l’Esecutivo Berlusconi non era riuscito a risolvere. Comprimere il potere del sindacato fino al punto di renderlo inoffensivo e mettere a tacere i lavoratori dell’industria privata. Sul secondo versante, l’uomo più adatto alla bisogna c’era già in campo ed aveva un “cursus honorum” di tutto rilievo: Sergio Marchionne, il quale era già riuscito ad imporre la manomissione della contrattazione collettiva (che significa uguali diritti di partenza per i lavoratori e determinati poteri, anche economici, al sindacato) e quindi un nuovo modello di relazioni industriali, più consono alla difficile temperie di un  mondo globalizzato. Sul primo versante, il problema rimaneva il sindacato più forte, quello con più iscritti, cioè la Cgil, perché gli altri due, la Cisl e la Uil, oramai erano parte integrante del progetto della finanza internazionale, collocandosi come rappresentanti accomodanti dei lavoratori, in realtà pronti ad aderire al “nuovo modello” che possiamo definire neo-corporativo.

Per colpire il sindacato più forte, dunque, era necessario ingaggiare uno scontro su un terreno del tutto simbolico e quindi non reale, diciamo così fittizio; la vittoria non avrebbe riportato alcun risultato fra quelli sbandierati, come ad esempio l’aumento dell’occupazione se si può licenziare più facilmente, ma quello “politico”  ritenuto essenziale: l’emarginazione del sindacato “conservatore” (parola-chiave del progetto di mistificazione in atto). La dimostrazione sta in un dato che è impossibile smentire: la cosiddetta “flessibilità in entrata”, consistente nella creazione di 47 diversi contratti di lavoro precario non ha per niente aumentato l’occupazione complessiva del sistema; al contrario, quest’ultima è diminuita negli ultimi cinque anni. Non si vede allora perché la cosiddetta “flessibilità in uscita”, cioè i licenziamenti facili, dovrebbero riuscire a fare quello che alla prima non è riuscita.

GLI INTERESSI PROTETTI. D’altronde, lo stesso Mario Monti è oramai costretto ad uscire allo scoperto e le sue dichiarazioni pubbliche sono sempre più facilmente smentibili. Ieri, ad esempio, ha dichiarato, cercando di giustificare la prossima chiusura del dialogo con la Cgil, che il suo governo non è più disposto ad accettare veti di qualsiasi tipo. Quanto sia ridicola e falsa questa affermazione lo dimostra il fatto che, soltanto dieci giorni fa, il medesimo governo non solo ha accettato ma ha fatto propri i veti delle corporazioni dei tassisti, dei farmacisti, dei notai, degli avvocati, annacquando oltre ogni limite il decreto sulle liberalizzazioni che colpivano interessi di ceti professionali considerati dannosi per il modello economico neo-autoritario.

Il governo dei “tecnici”, in accordo con la finanza internazionale, non ha interesse alla espansione degli occupati. Ciò che adesso serve al capitale è un abbassamento delle condizioni di lavoro e dei salari e un esercito di manodopera di riserva (costituito anche dalle masse di immigrati senza diritti) tale da servire come arma di pressione verso quei soggetti (il sindacato, l’opinione pubblica, movimenti giovanili) che possano mettere in discussione la realizzazione di questo modello economico. Lo scenario, dal punto di vista politico, è intuibile a chi ha occhi per vedere. Basta solo guardare e ragionare.

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