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Di fronte agli abusi da parte delle forze dell’ordine

di Roberto Malini

MILANO – L’opinione pubblica, i giornalisti e gli stessi attivisti vengono presi spesso da una sorta di “paralisi morale e civile”, quando si parla degli abusi e delle violenze da parte delle forze dell’ordine.

Se tutti sono pronti a cliccare “mi piace” – facendo l’esempio di Facebook – quando si presenta un caso di generico razzismo o una violazione dei diritti umani commessa in un altro paese, le pagine dedicate agli abusi da parte di uomini in divisa non hanno molti amici e i casi riguardanti queste atrocità restano prive di “mi piace”. Paura? Certo, ma non solo. I cittadini italiani sono anche preda, dopo tanti anni di cattiva informazione e cattiva propaganda, da un senso di prostrazione e sottomissione al “potere costituito”. Avveniva lo stesso ai tedeschi durante gli anni di Hitler. Il potere senza scrupoli, crudele, sadico, al di là del bene e del male, esercita un fascino di seduzione sull’uomo medio ed è per questo che episodi di pulizia etnica, deportazione di massa o abuso violento da parte delle “divise” vengono accettati con una certa passività, che può anche sconfinare nella complicità. Da parte nostra, non sottolineare questa emergenza e questa falla nelle democrazie, vorrebbe dire girare le spalle a tante vittime innocenti (quanto dolore, ogni volta che rivedo il giovane viso di Federico Aldrovandi!), mentre agli aguzzini vogliamo almeno far sapere che non dimentichiamo i loro crimini. Ecco perché, periodicamente, scrivo e divulgo articoli come quello che segue. Roberto Malini

Milano, 19 aprile 2012. I casi di abusi da parte di uomini in divisa nei confronti di cittadini vulnerabili sono ormai numerosissimi, ma se ne parla solo quando “ci scappa il morto” o quando – per una coincidenza che solo di rado si verifica – tali violazioni vengano riprese da telecamere di sorveglianza.
Le organizzazioni per i diritti umani vengono a conoscenza ogni anno di tanti eventi di questo tipo, ma in genere non è possibile fornire prove certe degli eventi, mentre gli autori degli abusi sono sempre più di uno e si proteggono per “spirito di corpo”. In Italia manca un organismo a cui i cittadini possano rivolgersi per denunciare abusi da parte delle forze dell’ordine, senza incorrere in una condanna (patteggiamento o direttissima) per “resistenza a pubblico ufficiale” o, peggio, per “calunnia”, rischiando, dopo aver subito abusi e violenze, pesanti pene detentive. In questa situazione, gli attivisti umanitari non possono aiutare, in Italia, le vittime di abuso, perché in genere esso colpisce (come dimostrano i casi apparsi sulla stampa) una persona sola ed è perpetrato da più “pubblici ufficiali”. I magistrati, in genere, attribuiscono alle parole degli agenti un valore probatorio, che li porta spesso a condannare il malcapitato con decreto penale, senza neanche la possibilità di difendersi. Un ufficio preposto alla tutela contro tali violazioni, come avviene con l’UNAR per i casi di razzismo, sarebbe la sola garanzia (oltre a leggi migliori) per il cittadino che incorra in eventi di questa natura e abbia il coraggio di denunciarli, ricevendo una tutela da parte delle Istituzioni. Tale organismo, inoltre, scoraggerebbe i casi di abuso da parte di agenti o altri pubblici ufficiali. Roberto Malini – Gruppo EveryOne

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