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I partiti raccontano balle. Decenni di ruberie non c’entrano nulla con la democrazia

ROMA – Scrive molto puntualmente Massimo Cacciari su “L’Espresso”: «Il problema del finanziamento non è la trasparenza, come dice Bersani.

Il problema è che meno hanno consensi, più hanno bisogno di soldi e più prendono soldi meno hanno consensi. E non se ne esce, se non azzerando tutto». Inutile cercare di fare confronti con altri Paesi: in Italia i partiti politici hanno preso più soldi in confronto al numero degli elettori. E nemmeno questa è la specialità nostrana: quella vera è che i partiti comprano, con quei soldi, lingotti d’oro, diamanti, proprietà immobiliari, finanziano vacanze e viaggi, hotel di lusso, inutili convegni, consulenze d’oro.

Ciò che non torna è, ancora, quel tono da ultima spiaggia che i leader dei partiti – in primo luogo Bersani – utilizzano per dirci che se non riceveranno la stessa valanga di denaro pubblico, la democrazia è a rischio. Si tratta dell’argomento più subdolo e spudoratamente falso che si possa utilizzare e, dispiace dirlo, mostra tutta la furbizia di leader che sentono il terreno traballare sotto le loro ricche sedi. Inutile asserire che senza il finanziamento pubblico, i partiti non possono vivere e, dunque, è a rischio la democrazia, se poi si scopre che, con questa sorta di ricatto si consentono bilanci truccati, arricchimenti personali illeciti, vite dispendiose e irritanti. Ed è ridicolo che soltanto ora, dopo che la magistratura ha fatto il suo naturale corso, i leader dei partiti di maggioranza pensino a chiudere la stalla e a mostrarsi rigorosi nell’utilizzare le risorse pubbliche.

Insomma, delle loro proposte non convince oramai nulla. Hanno perduto irrimediabilmente qualsiasi credibilità e non la riacquisteranno continuando a linciare Beppe Grillo o presentandosi come coloro che, pur avendo perduto ripetute volte la verginità, ora promettono un futuro di operosa sobrietà.

Una seria riforma del finanziamento pubblico ai partiti dovrebbe innanzitutto prevedere una forte diminuzione dei trasferimenti, insomma una cura dimagrante radicale e poi introiti che derivano in primo luogo dal sostegno dei militanti e dalle iscrizioni, come succede per i sindacati. Nei primi anni, inevitabilmente per come si sono messe le cose, lo Stato dovrà intervenire con un po’ di contributi pubblici, messi a bilancio e utilizzati esclusivamente per finanziare iniziative a sostegno della collettività (pena l’esclusione da altri contributi pubblici). Ma poi, una volta che si potrà tornare a credere nella loro onestà, i partiti dovranno mettersi in testa di camminare sulle proprie gambe, cioè autofinanziarsi senza rubare. La democrazia viene soffocata dal troppo denaro.

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