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Acea. Acqua sempre a rischio privatizzazione

“Acea  non spedisce bollette da otto mesi a chi ha fatto una voltura.” Migliaia di transazioni, contratti e delle più comuni “operazioni di sportello” che i sistemi informatici “imperfetti” di Acea non riescono a gestire correttamente. E’ questo il motivo che ha scatenato la protesta tra i cittadini, che quotidianamente si confrontano con la “mala gestione” e poi esasperati protestano per far valere le loro ragioni sui disservizi.

L’Acea è una società quotata in borsa dal 16 luglio 1999 e tra i suoi proprietari c’è anche il noto costruttore-imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone, che detiene il 16,05% delle quote azionarie di questa società, una “multiutility attiva nella gestione e nello sviluppo di reti e servizi nei business dell’energia, dell’acqua e dell’ambiente.” , come si legge sul sito ufficiale.

A quasi un anno di distanza dal referendum, che ha visto un milione e duecentomila romani esprimersi contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici, ai cittadini non va giù l’idea del loro sindaco che intende cedere il 21% di Acea.  
Nemmeno all’opposizione piace l’idea. «Per il ritiro della delibera abbiamo presentano oltre 100 mila emendamenti, se verranno discussi tutti inchioderemo il sindaco per decine di settimane fino al suo decadimento» spiega Marco Miccoli, segretario del Pd romano. 
Infatti ieri, con più di 70 mila emendamenti e ordini del giorno,  non si è riusciti a cedere la quota parte, che resta  in mano al Campidoglio.
“ Nessuno sta vendendo l’acqua dei romani che rimane pubblica”, replica Gianni Alemanno. secondo il quale  la vendita di azioni ACEA assumerebbe forte rilevanza sotto un duplice profilo: «Fornisce entrate in conto capitale utilizzabili ai fini del rispetto del Patto di Stabilità e, quindi, consente di espandere di pari ammontare la spesa per investimenti; fornisce disponibilità liquide che potrebbero attenuare le previste forti tensioni nei flussi di cassa previste in corso d’annò. L’operazione mira quindi a conseguire l’equilibrio di bilancio, senza bloccare gli investimenti per la città, evitando un ulteriore aggravio della tassazione sui cittadini.».
 
Ma resta non chiaro in che modo voglia  mettere quel 21% sul mercato.
La Consob  qualche giorno fa ha aperto un fascicolo sul caso, sollecitando  il Comune di Roma a diramare un comunicato stampa,  in cui esplicitava le sue intenzioni: la citata legge 138, varata dal governo Berlusconi nell’agosto del 2011,  imporrebbe, in caso di mancata vendita ed entro il 2015,  di mettere sul mercato solo l’illuminazione pubblica, che è un attività secondaria dell’azienda. Non si spiegherebbe il perché di tutta quella fretta. Inoltre, per arrivare a un compromesso,  sembrerebbe che qualcuno all’interno del centrosinistra abbia chiesto le teste dei vertici della società. Ma, sostituendo i termini, non si otterrà che allontanare  nel tempo la soluzione.
“Rilanciare l’azienda al posto di venderla» il commento di Claudio Di Berardino segretario Roma e Lazio della Cgil.
Insomma il tira e molla continua.

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